L’incontro di arte e spettacolo sulla scena del Novecento

In mostra a Brescia tutti i maestri che hanno reso grande il teatro dell’Opera di Roma

Quando le arti figurative sposano il teatro si assiste alla materializzazione dei sogni. Scene nate dalla fantasia diventano reali, tangibili, sono spazi concreti dove i corpi si muovono, integrati nel sogno, vivi nei costumi, gioielli di stoffa e colore che narrano i personaggi e le storie già al loro apparire. Il lavoro di tanti artisti (pittori e scenografi, registi e costumisti) che hanno contribuito alla magnificenza degli allestimenti del Teatro dell’Opera di Roma dal 1917 al 2004, è esposto ai Musei Mazzucchelli di Ciliverghe di Mazzano in provincia di Brescia, fino al prossimo 28 ottobre. Scene, bozzetti, figurini, costumi, trecento opere di artigianato finissimo, raccolte sotto il titolo «Il Teatro degli Artisti, da Picasso a Calder da De Chirico a Guttuso». Un percorso nella cultura teatrale del XX secolo, iniziato quando il teatro romano portava ancora il nome del suo costruttore Domenico Costanzi.
Attraverso le più importanti scenografie è raccontata la storia dell’arte del Novecento, i suoi stili e le sue forme, dal linguaggio astratto di Afro Basaldella con i suoi figurini, spettri di luce colorata in movimento, ai disegni fiabeschi di Nicola Benois, spesso ispirati al folklore russo. Dal classicismo fine anni Venti di Duilio Cambellotti che disegna le scene del Nerone di Arrigo Boito, si passa agli anni Sessanta dell’americano Alexander Calder con le sue geometrie rosse, gialle e blu, i suoi astri e i suoi uccelli, il sole, la luna nera, le acque, giocose gouaches su cartone.
Il viaggio continua con le scene metafisiche del piemontese Felice Casorati, impegnato tra gli anni Trenta e Quaranta con l’Orfeo di Claudio Monteverdi e l’Ecuba di Malipiero, tra accampamenti in riva al mare circondati dalla pietra, colline e notti con astri luminosissimi che guidano le rotte dei naviganti, spazi ampi, colonne e sassi, squarci di cielo, atmosfere surreali e paesaggi come architetture, caverne, tende, alberi. Niente metafisica poi per i bozzetti di Giorgio De Chirico che, invece, indugia in un tratto nervoso per l’Otello di Rossini e, tra 1963 e 1964, crea stanze e abiti ricchi e mossi.
Musica, recitazione, pittura e moda, storia del costume e del teatro, attori, cantanti lirici, ballerini, registi, un enorme lavoro d’équipe che fonde le arti e vede la fantasia dei più grandi pittori del Novecento al servizio di storie danzate o cantate.
Filippo De Pisis pensa ai suoi spiriti del bosco, colmi di foglie e petali, delicatamente variopinti per il balletto La rosa del sogno di Alfredo Casella. Sensualità e senso panico per lo stile un po’ decadente di Renato Guttuso che nella stagione 1966-67 disegna costumi e scene per La sagra della primavera di Stravinskij, nel 1969 si dedica alla Carmen di Bizet e a metà degli anni Settanta ad Aladino e la lampada magica di Nino Rota, privilegiando sempre le sue linee sinuose, si tratti di corpi o costruzioni.
Ricchissimi di annotazioni i figurini di Picasso nati per Le Tricorne di Manuel De Falla, costumi variopinti di rigore estremo, contrari ai Capricci di Callot voluti da Enrico Prampolini, o ai danzatori e alle scene de la Tarantola, mediterranei e bellissimi, in movimento costante e dionisiaco. Opposta la fissità ieratica dei personaggi della Semiramide di Rossini, concepiti dal talento di Arnaldo Pomodoro all’alba degli anni Ottanta, trionfo di linee rigide ed essenzialità.
A chiudere il percorso i costumi indossati dagli dei del canto e della danza, tra cui Nurejev, Carla Fracci, Del Monaco, Maria Callas, Elisabetta Terabust, Monserrat Caballè, Roberto Bolle.
E poi le scene minuziose e sontuose di Luchino Visconti e quelle altrettanto descrittive di Franco Zeffirelli, il più fedele dei suoi allievi.