L’incontro vero tra il selvaggio e lo studioso

Alexis de Tocqueville incontrò davvero un personaggio che assomigliava a Zagor. Un bianco vestito da indiano che viveva nella foresta. Il filosofo lo racconta nel suo Viaggio in America.
La foresta di Darkwood, dove Zagor vive, è un’utopia ai confini della storia. Ma c’è più America di quanto in fondo si possa immaginare. È un luogo misterioso, umano e sovrumano. Un regno del possibile e del plausibile, ma qualche passo al di là del suo orizzonte c’è il mondo reale. C’è Fort Henry, sulle sponde di un fiume, dove sorge la cittadina di Wheeling. Ed è proprio qui che la fantasia di Zagor e la realtà di Tocqueville s’incontrano. Qui, racconta la leggenda, è nata la musica country. Qui il senatore McCarthy, nel febbraio del 1950, battezzò la sua caccia alle streghe con il famoso discorso in cui rivelò che nel Dipartimento di Stato americano erano infiltrati 205 comunisti. È qui, su questo fiume, che Tocqueville rischiò di morire dopo un naufragio. È su queste sponde che Tocqueville ha intuito una certa idea di libertà. È qui che ha osservato il doppio volto della democrazia, che può liberarti dalla schiavitù, ma anche farti cadere in una forma di tirannia, quella della maggioranza: «Se cerco di immaginare il dispostismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed uguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole essere l’unico agente, l’unico arbitro». È lo sguardo di un Occidente sempre in bilico tra la ricerca della felicità e la dittatura della maggioranza. Tocqueville è nato a Parigi il 29 luglio 1805. Sono passati 200 anni. E il suo pensiero è ancora il pilastro del nostro orizzonte. La scelta degli sceneggiatori di Zagor è un omaggio a tutto questo.