L’incredibile confessione di Riccò: «Mi sono cambiato il sangue»

Errare è umano, perseverare è Riccò. Arrivato all’ospedale in condizioni disperate, «ripreso per i capelli» (parole del padre) da bravi medici, anche stavolta c’è la solita spiegazione: doping. Spiega il procuratore di Modena, Vito Zincani, che lo metterà sotto inchiesta penale: «Mentre riceveva le cure all’ospedale di Pavullo, prima d’essere trasferito d’urgenza al Sant’Agostino di Baggiovara, il corridore ha confessato al medico di essersi fatto un’autoemotrasfusione. Nascondeva la sacca del sangue nel frigorifero di casa da 25 giorni. Temeva che la cattiva conservazione avesse causato il grave blocco renale...».
Temeva giusto, Riccò, ma fortunatamente «l’hanno ripreso per i capelli». L’epilogo a lieto fine riguarda la sua vita, che ovviamente conta più di qualsiasi cosa. Ma l’altro finale, quello della sua storia sportiva, è di una miseria indescrivibile. A 27 anni, dopo la vergogna di una cacciata dal Tour per doping e dopo una sbandierata redenzione, Riccò si ritrova in mezzo alla polvere, con tutti i bonus di clemenza, comprensione, perdono, amicizia, sostegno completamente esauriti. E’ pure padre di famiglia, tanto per dire l’enormità delle sue sciocchezze chimiche. In questi momenti penosi e umilianti, risuonano di uno stridore insopportabile le parole ripetute negli ultimi mesi, in mille interviste edificanti: «Sono cambiato, voglio ripagare la fiducia, dimostrerò che si può vincere il Tour nel modo più pulito», e via mentendo, e via tradendo, e via irridendo, soprattutto chi ancora era disposto a tendergli una mano (l’ultimo, orrore a dirsi, il professor Aldo Sassi del centro Mapei, morto a dicembre di cancro, convintissimo della buonafede di Riccò e della sua ferma volontà di cambiare vita).
Vergogna. Vergogna per il campione spaccone e fasullo, che adesso deve solo sparire dalla circolazione, visti gli ingenti danni inflitti in tutti questi anni ad uno sport amatissimo e popolarissimo. Ma vergogna soprattutto per chi, nonostante i ripetuti e spudorati imbrogli, non l’ha mai messo nelle condizioni di non nuocere. Parlo ovviamente delle regole e di chi fa le regole, questo sistema clemente e buonista fino al ridicolo, capace di reinventare santo anche il più incallito truffatore, nel breve volgere di una patetica squalifica e di uno sbrigativo candeggio mediatico. Quelli che “è sempre giusto concedere un’altra chance“...
Neppure un anno fa, era maggio, il patron del Giro lasciò fuori il campioncino redento. Riccò deve dimostrare d’essere davvero cambiato, spiegò allora Zomegnan. Lo ricoprirono di titoli. Qualcuno vada almeno a chiedergli scusa.