L’incredibile sentenza

Dovremo bere fino in fondo il calice processuale di Cogne, senza però che la sete di verità sia soddisfatta, sia pure con quella bevanda convenzionale e umana che è la verità giudiziaria. Perizie, controperizie, superperizie, megaperizie, video, inchieste e controinchieste: il processo ad Anna Maria Franzoni viaggia ormai sul binario accidentato dei grandi misteri giudiziari che hanno accompagnato il Paese per più di un secolo, si possono citare il caso Fenaroli, quello del delitto del curaro – dottor Nigrisoli condannato per uxoricidio – o il «giallo del bitter» e, indietro, indietro, passando per il caso Grande (esotica Bangkok sul finire degli anni Quaranta) fino alla contessa Tarnowska e al torbido delitto Murri. E chissà quanti ne sfuggono al dragaggio della memoria.
Questo caso di Cogne, l’uccisione del piccolo e dimenticato Samuele - che è ormai sullo sfondo, un’immagine sfocata - ci tormenterà, temiamo, per anni. Chissà a quanti processi darà vita, fra più di quindici anni si discuterà di una richiesta di revisione.
Intendiamoci, una sentenza ci sarà, ma quale che sia il suo tenore, non darà requie e certezze ad almeno metà di quest’Italia sempre pronta a dividersi. Eh sì, in presenza di un grande giallo, per una misteriosa elettrolisi emotiva, il Paese si scinde in due parti, più o meno eguali, gli innocentisti e i colpevolisti. I primi giureranno che c’è un complotto e potranno citare a sostegno della loro tesi tutte le ombre che hanno accompagnato l’inchiesta; i secondi diranno che c’è una cospirazione di innocentisti, molto abili a diffondere il tarlo del «ragionevole dubbio», come direbbe Perry Mason.
La giustizia non riesce – lo scriviamo con amarezza e con autentico rammarico – ad essere sempre credibile ed autorevole. Le sentenze, anche quelle definitive, non chiudono più un caso, ne scandiscono piuttosto la successione fra primo, secondo e terzo, o quarto atto.
Nel caso di Cogne, in particolare, c’è un peccato originale, un vizio che non è più rimediabile. I vecchi commissari e marescialli – oltre ai cronisti non di primo pelo - sanno che spesso il destino di un’inchiesta per omicidio si decide nelle prime ore successive al fattaccio. E che le prove, gli indizi eloquenti, le indicazioni illuminanti tendono a sbiadirsi col passare del tempo. Ebbene, a Cogne le prime ore sono state di confusione e pressappochismo, come se si stentasse a capire l’atroce enormità di quel delitto.
Vogliamo dar la colpa ai tutori dell’ordine che per primi raggiunsero la villetta dei Franzoni? Sarebbe ingiusto. Oggi le indagini le guidano e le dirigono i pubblici ministeri: se il potere d’iniziativa di poliziotti e carabinieri è diminuito, non vediamo perché dovrebbe aumentare la loro responsabilità.
C’è un curioso paradosso. Quando un caso è semplice, banale, piatto di regola la magistratura inquirente lo trascura, quando invece va al di là della routine non sempre riesce a venirne a capo.
È evidente che il numero crescente dei grandi gialli, politici e no, ancora irrisolti, o chiusi da sentenze che nulla definiscono, dimostrano che la macchina giudiziaria italiana non rende il servizio che i cittadini si aspetterebbero. Eppure, se si chiede che qualcosa cambi si passa per eversori, perché nel pianeta del «politicamente corretto», oggi, riformare gli stili e gli impegni dell’apparato giudiziario equivale a sollecitare un golpe.
Il destino di Anna Maria Franzoni è iscritto in un contesto oscuro in cui sono anche errori, omissioni, fraintendimenti.
Ma non è soltanto questo a rendere solo parzialmente credibile qualsiasi sentenza venga emessa a Torino. C’è anche il fatto, certo e incontrovertibile, che quello alla Franzoni è forse il primo processo anticipato con forza, con incomparabile impatto emotivo, da un giudizio mediatico, soprattutto televisivo. Tutto è accaduto, non soltanto il delitto. Riflessioni, squarci di memoria, ragioni e torti, generosità e cattiverie sono stati sciorinati in Tv. Il piccolo Samuele è stato ucciso tante volte, nei tg e nei talk show, con l’intervento coordinato di criminologi, mammologi, psicologi e tuttologi. Ieri, a Torino, dall’aula della Corte d’appello, hanno tenuto lontani fotografi e operatori tv. Meglio tardi che mai? Tutto è accaduto.