L’incubo di Gianni: quei corpi straziati visti da bambino

Gianni è nonno, ha 73 anni e un incubo ricorrente. Tre corpi sotto due dita di terra e una torre sullo sfondo della Valbrevenna. Un fermo immagine dal '45 senza riuscire a cancellarne la traccia. Gianni oggi fa ballare i nipoti sulle ginocchia, «ma quei tre morti li ho sempre negli occhi, non riesco a liberamente e di certo sono ancora lì». Parla dalla distanza dei suoi 11 anni di allora: «Dopo il terzo bombardamento di Casella sfollammo in Valbrevenna». Ricostruisce lento per riprendersi quel tempo: «Avevamo trovato una sistemazione in un gruppo di tre case, in un bosco all'ingresso della valle. Sentivamo nettamente i militari della Rsi in rastrellamento».
La poca vita nella comunità e dettagli che sistema poi: «In zona s'era stabilito un pittore, un certo Vanni Faja, che aveva lasciato il Veneto perché aveva amici qui e la passione per questi squarci che guardano l'Antola». Gianni torna a quella quiete interrotta: «Eravamo nel '44, lui stava dipingendo sul ponte di Nenno, passaggio per Crocefieschi e Valbrevenna. Ricordo che fu un'estate caldissima e girava la voce che i contadini erano preoccupati che i cadaveri seminascosti in campagna potessero contaminare le sorgive». Riagguanta il pittore: «Lo hanno prelevato i partigiani proprio sul ponte. La moglie cerca di stabilire un contatto con loro, la vedono a tavolino con uno dei capi, ma nessuno apre bocca. Pare che in partigiano si sia presentato a casa per chiederle pennelli e colori che sarebbero serviti a fare il ritratto ad un capo». Gianni torna bambino: «Con due amici ci dirigiamo verso un pianoro dove sorgeva una torre issata per delusione d'amore da un emigrante tornato per sposarsi con la fidanza che trova però già maritata». Siete al pianoro, dunque: «Sì, stiamo correndo quando inciampo in qualcosa. Mi rialzo e vedo i miei amici immobili dietro di me. Poco distante la terra spostata lasciava intuire un corpo, poi due, poi tre. Con terrore ci giriamo intorno, due uomini e una donna nel mezzo. Uno dei due era molto alto e robusto, ho pensato al pittore prelevato dai partigiani». Gianni e gli altri scappano, tornano a casa e custodiscono quella scoperta che gli ha sbattuto in faccia la morte. Poi più niente, «tutti zitti». Mesi e anni marcati stretti dal silenzio col dubbio che quella terra ne conservi ancora le ossa. Oggi Gianni l'ha raccontato, perché la vita non si scontri più con quel fermo immagine, incubo ricorrente di un tempo irrisolto.