L’incubo di Naydean

Per trentadue anni Nip aveva fatto il bracciante sulle strade della contea. Spalare asfalto incandescente e tagliare erbacce era la sua seconda pelle. Il lunedì mattina, non vedeva l’ora che arrivasse il weekend. Il venerdì pomeriggio, un camion lo scaricava davanti alla rivendita di alcolici, a due passi dalla baracca scassata in cui viveva con la moglie, da quando l’ultimo dei loro sei figli se n’era andato.
Uscito dalla rivendita di alcolici, dopo aver incassato lo stipendio, con il solito quinto di gin nascosto in un sacchetto di carta marrone, Nip rientrava a casa in tutta calma, sorseggiando la sua paga in preparazione di uno degli instabili punti di vista di sua moglie Naydean. Nel tragitto, crescevano la tolleranza e l’ira per come sarebbe potuto essere o non essere il suo fato dopo aver consegnato a Naydean il salario settimanale già intaccato. Se il Signore era dalla sua parte, forse si era vestita di tutto punto in vista di progetti a lui ignoti, in attesa della manna e di sua sorella, di una uscita serale, per far compere, a suo dire.
Quel pomeriggio, Nip, salito sui gradini traballanti della veranda, vide la suo antagonista dietro la zanzariera, con un abito rosso, un rossetto rosa shocking, le braccia conserte. «Beh» disse Nip «si direbbe che tu stia per andare da qualche parte. Se non è un bel vestito quello...».
«Falla finita, l’hai visto un centinaio di volte. Me ne potrei comperare uno nuovo se solo avessi un marito in grado di guadagnarsi da vivere».
Naydean aprì la porta con la mano protesa, mentre Nip si frugava in una tasca, estraendo solo undici dollari e qualche spicciolo della paga, posando delicatamente le banconote sulla mano della moglie.
Quando Naydean usciva con la sorella, Nip si sedeva nel solito posto sulla veranda anteriore, tirava fuori la bottiglia dal sacchetto, svitava il tappo e la guardava per un istante, prima di mandar giù un sorso più che considerevole e di rientrare in casa, per poi tornare fuori con un’armonica. Dopo essersi seduto nuovamente, intonava un blues lamentoso. Stavolta, alzò lo sguardo e vide Clarence farglisi incontro, con un barattolo da un quarto di gallone infilato sotto un braccio e una chitarra nell’altra mano.
Clarence, un vecchio amico di Nip, posò la chitarra contro un palo della veranda, prima di trascinare l’unica altra sedia vicino a dove stava seduto Nip. Dopo aver preso in mano la vecchia Gibson, svitò il coperchio del barattolo e mandò giù una bella sorsata di whisky di produzione illegale, poi, boccheggiando, lo passò a Nip che, per tutta risposta, offrì la bottiglia di gin a Clarence, il quale ne bevve un sorso generoso, prima di tornare a sedersi e di accordare la chitarra.
Calò la notte, insieme al livello del gin e del whisky, tra piagnucolii e lamentele varie. Poi, quasi di punto in bianco, notando che il barattolo era quasi vuoto, Clarence disse: «Nip, quei dannati barattoli devono pur essere da qualche parte. Perché non riusciamo a trovarli?».
«Il campo è vasto» disse Nip.
Si riferiva al campo di saggina dietro la casa, acri di erbacce giallastre alte, sottili e fitte di proprietà della persona a cui pagava l’affitto. Talvolta, il sabato sera, mentre Naydean non era in casa o era a letto, Nip e Clarence andavano alla «House of Flame», un locale non molto lontano, nella zona paludosa. Sulla via del ritorno, se non avevano finito di bere il barattolo, visto che non intendevano sprecare del buon whisky illegale, andavano dietro alla casa di Nip, nel bel mezzo del campo di saggina, e vi nascondevano quel che ne restava. Tuttavia, ebbri com’erano, non si ricordavano mai il punto esatto, con tutti quegli acri di erbacce.
La luna era alta nel cielo. Gli uomini bevvero e suonarono finché Clarence si avvicinò a un piantone della veranda, dove intendeva solo riposare gli occhi per un minutino, e si assopì. Nip, non scorgendo alcuna utilità nel procrastinare l’inevitabile, scese dai gradini e si portò, non senza difficoltà, sul fianco della casa, con la vaga intenzione di urinare, rendendosi conto solo la mattina seguente di aver passato la notte per terra.
Più tardi, un’automobile, ma non la macchina della sorella di Naydean, si fermò prima della vecchia baracca e lei scese, tenendosi una scarpa su una spalla e colmando la distanza che la separava dai gradini della veranda. Fissò per diversi istanti Clarence, che stava ancora riposando gli occhi, prima di dargli un colpetto con la scarpa che ancora aveva al piede, di svegliarlo e di sparire dietro la zanzariera, nell’oscurità.
L’estate cedette il passo all’autunno. Un sabato pomeriggio, Naydean, in giacca e pantaloni rosa, tacchi alti, e con i seni prominenti abbondantemente in mostra, se ne andò in città con buona parte del salario di Nip.
Dopo essersi messi a giocare a ramino sulla veranda e dopo essersi scolati un barattolo di whisky illegale, Nip e Clarence si diressero alla «House of Flame».
Ci fu un gran scorrere d’alcol e pure di sangue, per una rissa in cui spuntarono i coltelli, prima che i due amici si avventurassero nella notte, dietro la casa di Nip. Nella concitazione, Clarence era riuscito a sgraffignare una bottiglia di Old Crow. Bevvero fino a casa di Nip, finendo la bottiglia di bourbon sui gradini della veranda. Clarence se ne tornò a casa, mentre Nip, ben lungi dall’essere sbronzo, scese con qualche difficoltà i gradini per urinare, senza rendersi conto di essersi sdraiato al suolo per la notte.
La domenica mattina Nip si svegliò a tarda ora, si alzò a fatica e si avviò verso la veranda. Naydean non era tornata. Clarence era sulla veranda, purtroppo senza liquore e senza chitarra. Nip si sentì percorrere da un’ondata di depressione prima di tornare a sedersi per riflettere su quella triste situazione. Dopo essersi accomodato sui gradini, Clarence disse: «La notte scorsa mi è parso di sentire le sirene dei vigili del fuoco. O, forse, della polizia».
Non avendo altro da dire, i due uomini rimasero seduti a fissare la strada. Poi Nip disse: «A proposito di vigili del fuoco... La notte scorsa ho fatto un sogno stranissimo. Stavo dormendo con la testa appoggiata su quel pneumatico dentro cui Naydean ha piantato i fiori. Appena assopito, ho sognato un’autopompa, ho sentito la sirena e i pompieri che correvano... Non so dove fossi... nel sogno, voglio dire». Nip allungò inconsciamente un braccio verso il pavimento, non ricordandosi che non c’era nessuna bottiglia. «Ho iniziato ad avere caldo, Clarence. Mai fatto un sogno in cui hai caldo, come se ti trovassi accanto a un fuoco?».
Clarence non disse nulla e Nip continuò. «Beh, io l’ho fatto». Dopo una notte di bagordi, era ancora troppo presto per un pieno ritorno delle loro facoltà sensoriali.
«Non è stato un sogno. È stato un incubo», disse Clarence.
Non dissero altro, impegnati com’erano a stabilire dove poter confiscare alcol sufficiente per la giornata. Clarence fu il primo a riacquisire almeno uno dei sensi e disse: «Nip, mi pare proprio di sentire odore... odore di bruciato».
Non accadde nulla per diversi minuti, finché quei due non si guardarono in faccia. In quel preciso istante, Nip scattò dalla sedia. Clarence si era già alzato dai gradini.
Davanti a loro, in quello che era stato un campo di saggina, il terreno era tutto annerito, con qualche sbuffo di fumo che si alzava dal suolo. E, luccicanti sotto i caldi raggi di quel sole domenicale, c’erano i barattoli, un centinaio di barattoli o forse più, sparsi sul terriccio carbonizzato, in semplice attesa.
(Traduzione di )