L’incubo peggiore di Pechino: la rivolta dei miserabili

Chiudono le industrie nel sud del Paese, milioni di lavoratori migranti
costretti a tornare nelle campagne. E ora il Partito teme l’instabilità
sociale

Marta Allevato 

Un esercito di disoccupati si sta armando nelle campagne cinesi e potrebbe puntare diritto verso Pechino, mirando a destabilizzare il regime. È l’incubo che negli ultimi mesi perseguita il governo del gigante asiatico, dove la crisi globale ha fatto registrare - prima volta in 20 anni - un arresto della sfrenata crescita economica. La linfa che ha alimentato il boom del Dragone, i milioni di lavoratori migranti riversatisi negli ultimi 10 anni dalle zone rurali a quelle industriali del sud, stanno tornando a casa. E questa volta ci rimarranno a lungo, perché le fabbriche che li impiegavano - con stipendi saltuari e da fame - stanno chiudendo a una a una. La domanda dall’estero è in netto calo, le imprese falliscono o decidono di dislocare la produzione in Paesi «più economici» della Cina, come Bangladesh, Laos o Cambogia.

Le scene più frequenti oggi nelle città meridionali come Shenzen o Guanzhou sono quelle classiche a cui si assiste in occasione del Nuovo anno lunare. Solo, con un anticipo di due mesi rispetto alla festività più importante del calendario cinese: code alla stazione dei treni, masse di poveri carichi di bagagli in attesa di prendere un bus, file chilometriche per comprare un biglietto per assicurarsi un viaggio di ritorno a casa. Per il capodanno cinese le famiglie si riuniscono e passano insieme i 15 giorni di festa nei villaggi di origine. Ma il Nuovo anno lunare cade tra gennaio e febbraio. E stavolta non si rientra in fabbrica.

Il flusso dei nuovi disoccupati parte dalla provincia del Guangdong, il motore economico della Cina che da solo produce circa il 30% dei prodotti esportati. Qui hanno chiuso almeno 50mila fabbriche da gennaio a giugno, tra cui 3.600 che producono giocattoli, circa la metà dell’industria del settore. Il prodotto interno lordo è cresciuto dell'11,9% nel 2007 ma “solo” del 9% da luglio a settembre 2008, il dato più basso in cinque anni. Spesso i datori di lavoro non pagano gli ultimi stipendi e ci sono state decine di proteste di migranti licenziati che chiedono le paghe arretrate. Per la prima volta il premier Wen Jiabao ammette: «La cosa che ci preoccupa di più sono i migranti di rientro a casa».

Zhang Ping, presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, per il 2009 prevede che «il fallimento di molte ditte e la minore produzione causeranno diffusa disoccupazione e favoriranno proteste sociali». Minaccia da scongiurare, perché mette in crisi l’ideale di «armonia» perseguito dalle recenti politiche del presidente Hu Jintao.

Ma si tratta di una realtà già in atto. In tutto il Paese continuano le proteste di operai cacciati via con liquidazioni minime o senza essere pagati. Il 25 novembre, a Dongguan, circa 500 lavoratori licenziati dalla fabbrica di giocattoli Kader Holdings hanno rotto finestre e mobili degli uffici e si sono scontrati con la polizia. Protestavano contro l’«iniqua liquidazione» ricevuta.

La crisi colpisce anzitutto i 120 milioni di lavoratori migranti concentrati nelle grandi città, sul cui sacrificio la Cina ha costruito il suo “successo” e che ora sono i primi a essere cacciati. Senza lavoro e prospettive il popolo dei migranti fa ritorno a casa, nelle zone rurali dell’ovest e del centro del Paese: Sichuan, Hunan, Hubei, Henan. Secondo l'Accademia cinese per le scienze sociali, a fine novembre hanno fatto ritorno 4 milioni di licenziati, ma molti ritengono il dato sottostimato perché non considera i lavoratori in nero. Ma a casa i migranti non trovano impiego: il 95% di loro non ha terminato le scuole secondarie, né ha specializzazioni. Le autorità organizzano, corsi per insegnare a fare mobili in bambù, ricamare, soffiare vetro e altri mestieri che assicurino almeno la sussistenza. A Qujing vi è persino un problema alimentare: il nuovo flusso migratorio ha portato il consumo locale di grano a 500mila tonnellate al giorno al punto che occorre importarlo da altre province.

Il Partito comunista teme che la disoccupazione metta in luce ancora di più le disuguaglianze sociali: il 20% fra i più ricchi ha un reddito 17 volte superiore a quello del 20% fra i più poveri.