L’incubo di un serial killer dietro alla lunga catena di donne uccise

Si conclude oggi il nostro viaggio nei crimini insoluti di Genova e della Liguria.
Il levante. È stato prolifico di gialli insoluti: tra i più noti l'omicidio di Gabriella Bisi (agosto 1988) trovata nella zona delle Grazie (tra Chiavari e Zoagli): al collo uno slip nero avvolto in un bastoncino, il delitto Rapallini (Chiavari, 1993), il fucilato di Mezzanego (1987) e così andando verso altre decine di vittime rimaste in attesa di giustizia. Il delitto Bisi indurrebbe ad un gioco finito male (consenziente od imposto?) con successiva fuga degli/dello altri/o protagonista.
Il ponente. Altrettanto sostanzioso pacchetto di vicende (senza autore) riguarda il ponente ligure: tra le più recenti il ritrovamento di un morto ammazzato abbandonato in un pendio boscoso della provinciale per Apricale (IM) - probabile regolamento di conti nell'ambiente della droga -. Donatella Manunta (1990), trans operato e diventato donna, si prostituiva invece nella sua abitazione savonese di via Untoria 14. Lì venne trovata stesa da diversi colpi alla nuca, con una bottiglia infilata nel sesso ed una carta da gioco sul petto: la donna di picche. Ci volle del tempo per arrestare il presunto assassino, ovvero Pino Torrielli becchino di Stella e che verrà poi assolto.
Il modus necandi (uso di corpo contundente) e la signature killer (bottiglia nel sesso e donna di picche sul petto) del delitto Manunta si riproporranno successivamente in diversi altri omicidi di donne avvenuti tra il sanremese e la Francia dalla rivisitazione dei quali esce una concreta ipotesi sulla presenza di un serial killer. Dalla fine degli anni '80 in avanti dobbiamo annoverare (soprattutto nel savonese) anche la morte violenta di diverse prostitute tra cui certa Felleti: fatti senza riscontro ed ormai perduti nel tempo.
E sempre sull'ipotesi di un un seriale, intorno al 2007, ci risulta siano stati riaperti molti casi di lucciole trovate quasi tutte con la testa massacrata sull'altra sponda della Liguria, asse Pisa (Vecchiano) - La Spezia.
Per i delitti strettamente genovesi rimasti «in bianco», segnaliamo anche l'operaio Walter Alberto Robalino Arias, ecuadoregno di 32 anni, rinvenuto cadavere nel primo mattino in un palazzo di via Chiaravagna (2005) e probabilmente fatto fuori per sgarro o vendetta da killers arrivati dal paese di origine. Altro fatto senza seguito fu l'assassinio del portavalori Carlo De Maria (tre agosto 2005): la guardia, nel momento in cui saliva sul blindato con l'incasso appena prelevato da un supermarket di via Sant'Agnese venne aggredito freddato da un rapinatore giunto su di motorino e coperto da un casco integrale.
Le donne. Ma è la catena di donne misteriosamente eliminate in città, spesso riproposta nelle ultime cronache, che colpisce in modo sinistro l'immaginario collettivo alimentando la sensazione che anche in Genova si aggiri impunito un altro seriale. Cronologicamente:
- 17 febbraio 1987. Maria Maddalena Berruti, anni 82, era vedova ed abitava sola nella centrale via Colombo. Venne rinvenuta la mattina, nella sua camera da letto, uccisa con una cordicella da stendino intorno alla gola. Il corpo risultava essere stato trascinato sul pavimento per alcuni metri: nessun segno di effrazione alla porta, nell'abitazione tutto in ordine. Macchie di vernice verde sparse si mobili. Fu un delitto senza movente né lo si poteva più ricercare in una disgrazia accaduta alla Berruti ben molti anni prima, nel lontano 1937 i cui colpevoli risultavano essere già deceduti.
Per dovere di cronaca, in un mese di quell'anno, passeggiando sotto i portici di Via XX Settembre, l'allora giovane ed avvenente signora conobbe un paio di universitari squattrinati ma amanti della bella vita. Avendo essi intuito la sua disponibilità economica, le donarono cioccolatini alla stricnina con l'intento di poi soccorrerla contestualmente depredandola dei gioielli e delle chiavi di casa. La signora, invece, porterà i dolci a casa per donarli alla sua bimba che morirà atrocemente quasi subito. Sarà la madre a fare arrestare i due delinquenti e la vicenda è rimasta negli annali criminali come «il delitto dei cioccolatini».
Chi poteva essersi macchiato dell'omicidio della Berruti? È probabile che l'autore possa essere stato un disperato, un qualche disgraziato cui la vecchietta ha aperto ingenuamente la porta di casa. Un balordo che qualche anno dopo racconterà in confessione a don Gallo il suo misfatto ed intanto, in attesa di improbabile pentimento del reo, il fascicolo giace archiviato.
- ottobre 1989. Dionira Basile, attempata prostituta, viene uccisa nel suo alloggio di Vico S. Cristoforo. Dal modus necandi si potrebbe concludere per un omicida psicopatico: prima strangolamento della vittima, in successione accanimento sul corpo con 52 coltellate e tempestamento di colpi inferti con una statuetta religiosa. Risultò che alla morta venne anche strappata un'unghia e che, infine, nel corpo della Basile venne introdotta una piccola farfalla di porcellana. Le tecniche scientifiche dell'epoca certamente non aiutarono molto: tuttavia oggi, volendo riprendere il caso, un riesame dell'ambiente e degli strumenti utilizzati per lo scempio gioverebbe a nuove indagini.
- 5 settembre 1995. Fu la volta di Maria Luigia Borrelli. Fuori pioveva quando nel suo basso di Vico Indoratori venne strattonata e colpita alla testa sino a perdere conoscenza. Quindi, l'assassino continuò ad accanirsi sul suo corpo con un trapano rinvenuto casualmente sul posto conficcando la sua punta per ben sedici volte nel collo della vittima. Le piste investigative praticate non portarono ad alcuna conclusione e l'unica novità sarebbe stata una missiva pur postuma spedita alla polizia da Livorno e contenente diversi elementi che solo il protagonista del fatto poteva conoscere.
«Ho ammazzato io Luigia Borrelli. Sono un marittimo. Di più non posso dirvi. Ma non volevo farlo, ho perso la testa dopo una lite. La conoscevo appena, ma adesso sono pentito e ci penso sempre... Ho paura di finire in carcere» così scriveva l'anonimo.
Oggi, potrebbe essere il confronto tra il dna dell'assassino di certa Clotilde Zambrini morta in Torino nel 2003 (presumibilmente per opera di un magrebino poi deceduto per cause naturali al suo paese) e le tracce di sangue reperite nel basso della Borrelli a risolvere almeno l'identità del carnefice.
Sta di fatto che la Borrelli era donna ambita, il suo successo «professionale» poteva averle procurato invidia e rivalità, una eventuale pista dell'usura non parrebbe praticabile poiché l'usuraio non attua quei sistemi né la Borrelli pareva avere concreti problemi economici. Quella del magrebino è una pista investigativa fondata sull' uso di un trapano in due delitti probabilmente legati da analogie. Non è comunque escludibile che la vittima che la vittima posa essersi trovata coinvolta in giri più grandi di lei e ne possa aver pagato le conseguenze. Ovviamente, sono tutte supposizioni a fronte delle quali il fascicolo rischia comunque l'archiviazione.
- 8 aprile 1998. Siamo nel tardo pomeriggio ed Anna Rossi Lamberti sta conversando con un uomo nel suo appartamento di Salita Franzoniana (quartiere di Marassi). Sorseggiano un caffé e gli serve anche un aperitivo. L'assassino è conosciuto dalla vittima, entra in casa perché la porta gli è stata aperta. Poi, una probabile discussione, forse un'intesa non raggiunta od una richiesta rifiutata: all'improvviso la Lamberti viene raggiunta da otto coltellate (alcune mortali) mentre con l'altra mano l'ospite le preme un cuscino sul viso. Nelle ipotesi investigative si valuterà anche quella dell'usuraio, ma – a parere nostro – siffatta figura di criminale agisce diversamente perché l'usurato rimane pur sempre la sua fonte di guadagno e quindi non va eliminato. Il caso risulta archiviato.
- 12 settembre 2002. Veronica Mair, 73 anni, rimbalzata alla recente cronaca, viene strangolata nella sua abitazione. La troverà qualche tempo dopo un operaio che stava lavorando su di un ponteggio vicino ed il cui intervento venne richiesto dalla cognata della vittima allarmata per aver bussato invano alla porta dell'abitazione. Dalle risultanze sulla scena del crimine, sarebbe stata uccisa al termine di una colluttazione, probabilmente da persona conosciuta e con la quale si sarebbe addirittura trattenuta a pranzo. Sul cadavere il segno di un morso sul braccio, poi il soffocamento sul letto mediante una camicetta. Ultimamente il caso è stato recuperato su richiesta del figlio della vittima che, assistito da una sensitiva dopo un sogno premonitore, si sarebbe messo in contatto con la madre che gli avrebbe rivelato l'assassino. Rimaniamo dunque in attesa di novità, pur prendendo con beneficio il risultati della pratica extrasensoriale che sostituisce l'attività investigativa.
Accademicamente parlando, i delitti Lamberti e Mair presentano significative analogie.
Entrambe sono donne sole ed anziane ma giovanili ed esuberanti. Entrambe hanno ospitato un assassino e si sono soffermate convenevolmente con lui. Le abitazioni delle due si presentano in ordine, nessuna ricerca di cose né furto. L'assassino agisce con ferocia in ambedue i casi: incrudelisce sul corpo della Lamberti nel tentativo di strapparle un anello dal dito, morsica con forza un braccio del Mair mentre la soffoca sul letto. Sui luoghi dei due crimini è rimasto il DNA dell'omicida. Passione, vendetta, interessi, follia? Nelle fattispecie non paiono esistere modalità e rituali riportabili ad un seriale, anche se di quella categoria ne esiste una articolata tipologia.
IL 2010. Anche per l'anno in corso Genova ci offre un mistero intitolato «omicidio Melis». Sebastiana Melis, 69 anni, infermiera in pensione e vedova, viene uccisa con sei martellate in testa nel suo alloggio di Via Casata Centurione (quartiere di Marassi). Conosce il killer e le apre la porta, probabilmente viene aggredita alle spalle e l'arma risulta introvabile. Di perché ce ne potrebbero essere tanti ma il caso è troppo nuovo per essere trattato.
Conclusioni. Una così abbondante quantità di casi non risolti contrasta con la quotidiana esaltazione dell'efficienza istituzionale. Evidentemente qualcosa non ha funzionato. Di certo, funzionano bene i meccanismi che producono immagine, un'immagine di efficienza che sostanzialmente, pare solo reggersi sull'esigenza di «far statistica» (una statistica a spesa della vasta area di soggetti appartenenti ad una devianza recuperabile, alla dipendenza, alla generica microcriminalità).
Si recepisce un'inadeguatezza istituzionale, capace solo di teorizzare, costruire teoremi mentre un esagerato sistema mediatico ci riempie di immagini e protagonismo seguiti da limitati risultati.
Scomparsa l'antica tradizione investigativa, l'arte che ha fatto scuola nei tempi, c'è stato il rimpiazzo con tecnologie avanzate e protocolli planetari che, probabilmente, hanno indebolito la genuina capacità del singolo.
Giustifichiamo con la considerazione che la società è cambiata troppo in fretta ed accettiamo pure la tradizionale lamentela dell'insufficienza di organici e mezzi per cui è difficile far fronte a tutte le diversificate esigenze del nuovo assetto: rimane comunque inaccettabile che nel giro di qualche decennio i cimiteri di Genova e Liguria si siano riempiti di cittadini impunemente amazzati.
Il tanto usato «criminal profiling» è solo un modello creato da analisti di profili che dovrebbero essere dotati di un penetrante talento nel comprendere la natura umana. La combinazione tra intuizione, capacità analitiche e metodo producono la misteriosa abilità di rintracciare il colpevole: il «criminal profiling», nonostante la sua popolarità, non entra nella scienza riconosciuta e la prova definitiva della sua utilità nelle diverse fasi dell'azione penale non è stata ancora scientificamente fornita. Tutto ciò è ben spiegato nel libro di Scotia J. Hicks e Bruce D. Sales.
Nada Cella e Vacca Agusta. Sono i casi nostrani, ovviamente impuniti, che ho tenuto in ultimo per la loro originalità.
Nada Cella. Per questo caso il Lavorino – detective criminologo tra i miei maestri – in Detective & Crimen 1/99 scrisse «è un delitto stranissimo e, a meno che non ci si trovi di fronte ad un assassino sadico manipolatore pianificatore anche negli effetti, può essere del tipo occasionale». Dopo un accurato studio della vicenda, personalmente mi indirizzerei verso l'occasionalità del misfatto manifestatasi con raptus distruttivo.
La ragazza, 25 anni, fu rinvenuta agonizzante nello studio del commercialista Soracco di Chiavari. Erano circa le ore 9,00 del mattino nel lunedì 6 maggio 1996. Riversa a terra, la testa accanto al muro, i piedi sotto la scrivania, un piede senza scarpa, abiti scomposti, ovunque sangue. Segue il solito protocollo dei soccorsi subito avvisati: la vittima viene trasferita all'ospedale e l'ambiente del fatto viene invaso da troppi. La Cella morirà circa sei ore dopo con il cranio devastato da fratture multiple ed una lesione alla regione vaginale. L'arma del delitto (un corpo contundente) non è mai stata ritrovata. Lavata ogni traccia di sangue. Anche gli abiti della vittima, nell'emergenza del ricovero, spariscono dall'ospedale. L'autopsia rileverà «dieci colpi sul cranio scagliati da un uomo molto robusto o da un folle». Si investigherà su tutti sino a considerare alcuni albanesi (legati all'organizzazione Kanun) che tempo prima avevano abitato in quel palazzo, il commercialista – principale indagato – verrà prosciolto. Conclusioni: ad oggi, nulla di fatto.
Circa la conduzione delle indagini, condivido pienamente quanto il cronista Marco Imarisio scrisse il 13 settembre 2003 sul Corriere della Sera: «le indagini sulla morte di Nada Cella vennero fatte malissimo. E questo, anche se nessuno lo ammetterà mai, è uno dei motivi per cui un magistrato ed un gruppo di poliziotti stanno provando quasi in clandestinità a riaprire il caso con grande difficoltà. Pescando qua e là in un fascicolo sterminato. La scena del delitto venne subito stravolta, prima dai barellieri che soccorsero la ragazza agonizzante (e questa non è una colpa) poi dai primi inquirenti arrivati nell'ufficio di via Marsala e che diedero ai familiari di Soracco il permesso di pulire le macchie di sangue nella stanza della segretaria e di tirare a lucido i marmi del corridoio e delle scale, cancellando a candeggina ogni possibile traccia lasciata dall'assassino. Ancora, i contrasti tra polizia e magistrato, con gli uomini della Squadra Mobile di Genova convinti che in quel palazzo vecchio dai muri di cartapesta ci fosse qualcuno che avesse ascoltato o che sapesse, che il segreto fosse in quell'edificio ed il P.M. Filippo Gebbia che nega loro il permesso di intercettare le conversazioni dei condomini. Storie di prelievi del DNA non concessi per cavilli, ripicche tra magistrati ed investigatori. E il tempo passava. Alla fine, gli atti dell'inchiesta non hanno prodotto neppure un'ipotesi sul movente di un delitto così atroce. Nessuno sa per quale motivo sia stata uccisa Nada Cella».
Vacca Agusta (9 gennaio 2001). Circa Vacca Agusta, quei pezzi di cadavere arrivati dopo tanti mesi sul tavolo autoptico della Medicina Legale di Genova, non riuscirono a raccontare nulla. Ho sempre preso con beneficio le tesi ufficiali sulla vicenda per la quale riporto l'introduzione ad un suo articolo fatta dal Lavorino in Detective & Crime n.ro 2/2001: «non vi sono veri indicatori criminologici di suicidio, risultano invece alterazioni della scena, probabile azione postuma sul cadavere, inserimento di elementi contaminatori, depistaggio di circostanze e temporalità».
* presidente Centro Studi Criminalistica
(3- fine)