L’indecisione del centrosinistra

Arturo Gismondi

Su Radio 24, emittente facente capo al gruppo del giornale confindustriale, i microfoni si sono aperti nei giorni scorsi a un dibattito ben condotto sulla uccisione a Londra del giovane brasiliano sospettato, ingiustamente come si sa, di essere un terrorista. Tutti gli intervenuti lamentavano le tragiche conseguenze dell'errore per dividersi subito dopo nel giudicare le cause di un evento così grave. E la divisione, lo spartiacque, passava significativamente fra due diverse e pressoché opposte interpretazioni nelle quali appariva chiaro un giudizio diverso sul terrorismo, sulla sua natura, sulle sue cause.
Una parte degli intervenuti attribuiva le ragioni di un errore o eccesso dagli effetti così gravi a un terrorismo che costringe una società fondata sul diritto come quella inglese, appena colpita dall'attentato del 7 luglio e dai fatti successivi, a difendersi da una guerra spietata, che porta morte e distruzione, e con mezzi come quelli degli uomini-bomba che costringono a decisioni tanto drammatiche, e inappellabili.
Un'altra parte, consistente, si faceva portatrice di un giudizio diverso, e anzi opposto, fondato su una tesi reattiva del terrorismo, scatenato in risposta a responsabilità che in qualche caso erano per così dire immediate, la guerra in Irak, la presenza americana. E che in altri casi apparivano più lontane: la storia del colonialismo, le sofferenze inferte dalle società ricche a società deboli e indotte a reagire con mezzi disperati, come per l'appunto il terrorismo suicida, condannato a volte ma sempre nell'ottica di un giudizio fondamentalmente giustificatorio.
Giova soffermarsi sulla seconda tesi, perché il suo carattere ideologico appare chiaro, intanto perché ignora alcuni dati di fatto: il terrorismo di radice islamica, anti-americano e anti-occidentale, precede la guerra in Irak, chiamata in causa in modo insistente, e precede persino l'attentato dell'11 settembre negli Stati Uniti, risalendo ben indietro nel tempo. E infine, per quel che riguarda l'Irak, il terrorismo di al Zarqawi e altri, che si vale spesso di manodopera di importazione, è diretto in grandissima parte contro le popolazioni indifese di quello sfortunato Paese e contro il governo legittimo eletto col voto del dicembre scorso.
La presenza, significativa come numero e per la ripetitività degli argomenti, certifica che esiste da noi una fascia grigia di opinione che sfiora in taluni casi, tutt'altro che rari, la giustificazione degli orrori del terrorismo nonostante i rischi che corre il nostro stesso Paese. Ai dibattiti come quello di Radio 24 che stiamo citando partecipa, per esperienza, chi ha idee precise, o ritiene di averle. Non stupisce che le opinioni espresse siano così nette: da una parte chi attribuisce al terrorismo le sciagure che ci colpiscono, dall'altra chi ricerca in esso giustificazioni storiche, dal fondo chiaramente ideologico.
Nello stesso giorno del dibattito radiofonico Paolo Gentiloni, un personaggio che conta nell'Unione perché deputato della Margherita e perché assai vicino a Francesco Rutelli, in una intervista al Giornale affermava: «Di fronte alla sfida del terrorismo, il centrosinistra deve abbandonare ogni pregiudizio ideologico, deve far propria la bandiera della sicurezza che non può più essere bollata come di destra». Si capisce, dal resto dell'intervista, che Gentiloni ce l'ha con la «sinistra alternativa», con Bertinotti, coi Pecoraro Scanio e Diliberto dai quali il suo partito dissente. E però, tornando al sondaggio radiofonico, colpiscono certe opinioni estreme, ma colpisce ancor più l'assenza di una sinistra moderata espressa, a livello d'opinione, da Rutelli, da Piero Fassino e a seconda dell'umore dallo stesso D'Alema.
In fondo le opinioni ascoltate alla radio, e quelle che chiunque abbia sufficienti rapporti con gli umori del Paese conosce bene, somigliano più al «no» espresso anche di recente in sede parlamentare dall'Unione che non alle riserve annunciate fino al giorno prima da Fassino e da Rutelli, che peraltro non hanno avuto alcuna eco parlamentare.
Il nostro governo prende sul serio, lo ha fatto con recenti dichiarazioni dei ministri Martino e Pisanu e dello stesso Berlusconi, le minacce rivolte all'Italia. E vorremmo prendere sul serio anche i propositi venuti da una parte dell'opposizione di sostenere gli sforzi annunciati dal «pacchetto» che il ministro dell'Interno presenterà in Parlamento. Ma la presenza nell'opinione pubblica italiana di aree di distacco o di dissenso nei confronti di un comune impegno contro il terrorismo sono, purtroppo, il risultato di una seminagione antica e profonda, contro la quale, in tal senso i dibattiti parlamentari sull'Irak sono chiarissimi, la sinistra riformista ha evitato fin qui una battaglia politica decisa.
Sui giornali no, ma nel Paese questa assenza si avverte, e come.
a.gismondi@tin.it