«L’indiano», la poesia di Conte e la voce sognante di Celentano

Claudia Mori: «Tra loro una vera simbiosi»

Cesare G. Romana

da Milano

Lui, Adriano, non c’è, non parla. È a Brugherio a provare Rockpolitik, il suo nuovo varietà in dirittura d’arrivo su Raiuno. Però c’è la sua voce, d’una sconvolgente, sognante bellezza, nel piccolo studio del Clan dove ieri Claudia Mori ha presentato L’indiano, il brano che Paolo Conte ha scritto per Celentano, che lo canterà appunto a Rockpolitik.
Era il ’68 quando Conte inventò, per Celentano, Azzurro, successo epocale poi bissato da La coppia più bella del mondo. «Da trent’anni - dice Claudia Mori - Conte non scriveva per altri interpreti. Ma farei un’eccezione - diceva - per Adriano». Così ecco questa canzone che è anche un ritratto: di Celentano, del suo culto cocciuto per la libertà, del suo modo stralunato di esprimersi. Il risultato è altissimo: l’autore è al meglio di sé, l’interprete pure. E il brano esce oggi su singolo, ma anche nella riedizione, con accluso divudì, di C’è sempre un motivo, l’ultimo album del grande cantante milanese. Il quale, con i cantautori, ha ormai un rapporto proficuo: da Io sono un uomo libero, scrittagli da Fossati, a Vite, di Guccini, fino al De André di Lunfardia.
L’indiano rievoca un’antica conversazione tra Adriano e Conte: «Tirammo mattina discutendo di religione - ricorda l’avvocato -, lui da credente, io piuttosto scettico. Mi parlò del paradiso, lo sfidai a darmene una definizione e lui la trovò: “Il paradiso - sbottò - è un cavallo bianco che non suda mai”». La frase fu scelta, poi, come titolo di un’autobiografia di Celentano, scritta con Ludovica Ripa di Meana. E adesso ritorna nel testo di L’indiano: «Cavallo bianco che non suda mai/è questo il nome che ho dato/ad una grande meraviglia/in cui mi perdo», canta Adriano su musica e testo di Conte. E ribadisce il suo personalissimo misticismo: «Lo so che parlo come fa un indiano/affascinato dal mistero fragile/e solenne, ma è così che parlo io». Mistero fragile, appunto, e perciò da preservare: «Non fatelo annoiare/non fatelo impaurire/non fatelo svanire/mi sento intorno un paradiso/che mi guarda tra le foglie/di un giardino di bisbigli antichi». E dunque, «fatemi parlare/fatemi inventare/fatemi sognare».
La musica è tra le più contiane che l’avvocato di Asti abbia scritto: salpa frizzante, su un ritmo in levare, poi entra un sax assorto, infine conclude un kazoo - è Conte a suonarlo - dalla voce di violoncello. E la melodia ha il respiro lungo del sogno e della memoria. «Tutto è successo in due mesi - racconta Claudia Mori -, parlando con Renzo Fantini, il produttore di Conte, dissi: “Che bello, se Paolo scrivesse qualcosa per Adriano”. Dopo un mese e mezzo Conte ci avvertì che il pezzo era pronto. Ce lo mandò con un taxi, da Bologna a Milano, Adriano ne ebbe un’emozione fortissima, scrisse l’arrangiamento e lo cantò. Ancora una volta, mi pare, ha funzionato la strana simbiosi che lega lui e Paolo: assolutamente diversi, e altrettanto simili».