L’indignato Botero e l’antiamericanismo «di maniera»

Quando, due giorni fa, ha presentato la sua mostra a Palazzo Reale, riferendosi alla serie di opere sulle torture inflitte ai prigionieri dai soldati americani nel carcere iracheno di Abu Ghraib, il colombiano Ferdinando Botero ha detto di non credere che l’arte possa cambiare la società, «ma serve a non far dimenticare». Proposito nobile, nobilissimo, come nobilissima è la denuncia dei massacri perpetrati su uomini indifesi da militari degli Stati Uniti, nazione - aggiunge Botero - «che si proclama paladina dei diritti civili». E per il «bel Botero in versione shock» è facile strappare plausi e applausi: degli intellettuali, dei critici, dei politici. E del pubblico, che da ieri affolla le sale della mostra compito, composto e commosso.
La grande virtù di un artista - si sa - è il colpo di genio, la novità, il dire o il dipingere, il mai detto e il mai dipinto, l’essere controcorrente. Il vizio peggiore - è altrettanto noto - è il conformismo, il ripetere il già detto, l’allinearsi al pelosamente corretto. E spiace che un artista per altri versi straordinario come Botero sia saltato, anche lui, sulla mina dell’ultimo e dei peggiori tra i conformismi: l’antiamericanismo di maniera (parola terribile per un pittore). «Non potevo ignorare quanto è accaduto», ha detto. Ottimo: il silenzio è una colpa. Ma perché - ci chiediamo - solo ora, solo davanti alle torture degli americani nel carcere di Abu Ghraib ha gettato sulla tela tutta la sua indignazione? Da quando ha iniziato a lavorare, da quando proprio gli Stati Uniti ospitarono le sue prime mostre di squattrinato di talento, da quando proprio negli Stati Uniti, al Greenwich Village di New York, primi anni ’60, si concesse un confortevole loft, Ferdinando Botero ha avuto parecchie occasioni di indignazione, anche solo guardando il continente americano. In ordine sparso, solo tra i ’60 e i ’70, avrebbe potuto sbattere sulla tela l’indignazione per la guerriglia di Sendero luminoso in Perù; la dittatura militare di Anastasio Somoza in Nicaragua e la sanguinosa guerriglia del Fronte sandinista da una parte e dei contras dall’altra; le repressioni del generale Humberto Romero e dei suoi famigerati squadroni della morte in Salvador; la repressione dei contadini indios dalle giunte militari succedutesi in Guatemala; i crimini di Jean Claude Duvalier ad Haiti; i 30mila desaparecidos argentini; la dittatura di Pinochet in Cile; senza parlare della sua Colombia, segnata negli anni ’70 da svolte autoritarie, colpi di Stato, torture e assassini politici, e negli anni ’80 dalle guerre tra i clan che controllano il mercato della droga. Eppure ha taciuto. Persino quando sono cadute, nell’assordante silenzio della sua arte, due torri a New York. Gemelle ma troppo snelle per entrare in una tela.