L’industria ha il fiato corto

da Milano

Soffre ancora l’industria italiana, alle prese con un calo dell’attività che rimanda alla debolezza congiunturale del Paese. E di fronte alla contrazione della produzione del 3,2% su base annua di luglio (meno 0,6% l’andamento mensile) comunicata ieri dall’Istat, la Confindustria mette in conto la possibilità che l’Italia chiuda il 2008 in recessione.
Il dato di ieri ha sorpreso negativamente gli analisti, ma conferma la tendenza delineatasi dall’inizio dell’anno. Nei primi sette mesi la produzione segna un meno 1,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una situazione che non sembra migliorata neppure in agosto. Anzi: le indicazioni dell’Isae forniscono un quadro in ulteriore peggioramento, con una caduta stimata dell’8,2% tendenziale. Settembre dovrebbe invece far segnare una ripresa (più +2,9%), ma per ottobre è attesa una nuova contrazione (meno 2,4%). Per il terzo trimestre dell’anno è prevista una crescita zero.
Il Centro studi Confindustria non è infatti ottimista, al punto da stimare un bilancio 2008 negativo. «Il dato particolarmente negativo di luglio delinea una caduta trimestrale più accentuata di quanto previsto. Si conferma la forbice di crescita con gli altri Paesi europei», si legge in una nota. «L’andamento degli indici anticipatori (fiducia, ordini, superindice Ocse) non lascia spazio - prosegue la nota - a possibilità di miglioramento nel quarto trimestre. È molto probabile un segno meno per il Pil per l’intero 2008». Secondo l’associazione guidata da Emma Marcegaglia, la ripresa partirà «nel 2009 inoltrato» e sarà favorita dal calo del prezzo del petrolio e dall’apprezzamento del dollaro. Per poterla cogliere, l’Italia ha, tuttavia, bisogno di migliorare la competitività con «riforme strutturali e con un nuovo modello contrattuale che rilanci la produttività creando così lo spazio per la crescita delle retribuzioni reali».
L’analisi di Confindustria viene sostanzialmente condivisa dal Cerm. Il direttore Fabio Pammolli parla di «una situazione prossima alla recessione» e della necessità di interventi anticiclici di politica economica che «richiedono riforme strutturali».