«L’industria pensi al nucleare»

La crisi morde fatturati e profitti delle aziende, ma il rimbalzo del prezzo del petrolio sembra indicare che forse il peggio è alle spalle. Ora si tratta di fare le mosse giuste per non perdere le possibilità di ripresa che potranno venire nei prossimi anni. Claudio Gemme, ad di Ansaldo Sistemi Industriali, è stato eletto ieri presidente dell’Associazione energia aderente all’Anie, la Federazione delle imprese elettrotecniche ed elettroniche. Nel 2008 il fatturato aggregato delle imprese del settore (250 aziende associate, con 16mila dipendenti diretti) ha superato gli 8 miliardi di euro, con una crescita del 10,9% sul 2007. Anche se nell’ultimo trimestre c’era stato un rallentamento. Le esportazioni sono comunque salite del 15%, raggiungendo un’incidenza del 40% sull’intero giro d’affari (nell’anno precedente erano al 35 per cento). Ma i primi due mesi del 2009 hanno visto una flessione del 20% di fatturato e ordini, e ora il settore si interroga sulle prospettive di rilancio.
«Tutto il comparto risente della frenata dell’economia - afferma Gemme - ci sono i grandi gruppi che cavalcando la situazione sospendono gli ordini e rinegoziano i contratti con le piccole e medie imprese».
Quali sono ora le prospettive del comparto?
«Dobbiamo avere come riferimento l’accordo di Kyoto e le direttive Ue per la riduzione delle emissioni nell’atmosfera entro il 2020: se non rispetteremo gli obiettivi europei dovremo pagare multe pesanti che incideranno sulla competitività delle imprese. Già oggi scontiamo la decisione di chiudere le centrali nucleari pagando l’energia più cara dei nostri concorrenti».
Il governo ha un programma preciso per la costruzione di nuovi impianti.
«La questione è: se partiamo con le centrali nucleari, sul piano industriale siamo pronti a costruirle? Il contesto nucleare è diverso da quello tradizionale: la qualità dei componenti deve essere certificata fino all’ultimo bullone. È un problema non banale, siamo indietro e dobbiamo lavorare, darci una struttura. Le piccole e medie imprese non hanno la forza per rispondere in maniera adeguata, dovranno essere le grandi a fare da apripista, mentre il governo dovrà dare il suo supporto».
A parte il fatto che non sarà facile trovare i siti.
«Ci sono già quelli dove c’erano le vecchie centrali, dove la popolazione le aveva accettate. Ma ci vorranno comunque cinque o sei anni per partire seriamente».
Ma voi potete stare fermi per 5 o 6 anni?
«Oggi possiamo lavorare sulle centrali tradizionali esistenti: molte sono già state migliorate, ma resta parecchio da fare per renderle più efficienti. Si darebbe lavoro alle imprese di settore e l’intero sistema guadagnerebbe in competitività».
Basterà?
«In parallelo bisognerà non dimenticare gli impianti per la produzione delle energie rinnovabili: fotovoltaico ed eolico possono essere un elemento di sviluppo in attesa del nucleare».