L’industria del sapere

La nota di domenica scorsa sull’Università («Ricerca e poteri forti») mi ha procurato un bel mucchietto di posta, proveniente da studenti, genitori, docenti e qualche imprenditore. È dunque doveroso ritornare sul tema, tenendo conto oltre tutto che della riqualificazione delle nostre Università si è occupato, tra gli altri, il vertice della Bocconi, dove si risente il peso dell’intelligenza di Mario Monti, tornato all’impegno accademico. La tesi qui sostenuta è questa: l’onere dell’Università è lasciato ai poteri pubblici o comunque, nel caso di atenei privati, all’iniziativa e alle possibilità dei vertici universitari. Al contrario, sarebbe necessario che la società tutta, e non solo lo Stato, sentisse la responsabilità di occuparsene non episodicamente, come avviene, ma sistematicamente, colmando le carenze dei poteri pubblici. Le lettere ricevute contengono, oltre ad osservazioni che sottolineano i vari problemi delle nostre Università (per Milano viene segnalata, tra l’altro, la difficoltà di trovare alloggi per studenti a canoni sostenibili), richiami ai cosiddetti «poteri forti» che - cito da una delle lettere - «non hanno saputo fin qui stabilire un rapporto producente tra imprese e Università». Aggiunge un’altra lettera: «Si parla tanto di innovazione per rilanciare il nostro sistema produttivo, ma quale incoraggiamento in termini concreti viene dal sistema produttivo perché nell’Università venga attivata la ricerca?».
Osservazioni giustissime. Quante volte ci è capitato di sottolineare che l’industria del sapere - tutto il sistema scolastico, dalla scuola primaria al mondo accademico - deve essere sentita come propria da tutti i cittadini, e ovviamente ancora di più da coloro che hanno una posizione sociale ed economicamente privilegiata? Il mondo delle imprese si attende giustamente che le Università forniscano laureati, idee e scoperte come prodotto della cultura e della scienza. Ma è altrettanto giusto che il mondo accademico si aspetti dal mondo delle imprese collaborazione concreta.
È questo un discorso che va fatto soprattutto a Milano, dove un tempo la ricerca era fiorente - ricordiamo Natta al Politecnico, Trabucchi a medicina, Sapori alla Bocconi - ed ora, purtroppo, è inadeguata. C’è una strada da percorrere: quella di un rapporto stretto e proficuo - sistematico, non episodico - tra atenei e imprese. E anche la politica è chiamata a svolgere un ruolo di stimolo e di iniziativa. È da tempo che lo andiamo sostenendo.