L’ineludibile lotta ai vizi «innocenti»

Con la sua prosa magnifica, capace di grandi asprezze senza mai bisogno di alzare, nemmeno di un decibel, il tono di voce, monsignor Gianfranco Ravasi continua, con Le porte del peccato (Mondadori, pagg. 250, euro 17,50), il discorso lasciato a metà nel 2005 con Ritorno alle virtù. Stavolta - nonostante la profonda unità di temi e argomenti - l’oggetto è più appetitoso: il vizio. Il quale non si conosce da sé, e ha perciò bisogno della virtù per essere definito, però è capace di lunghe pagine di storia solitaria, nel tempo e nello spazio ma anche dentro di noi.
Avendo dedicato molta parte del mio lavoro allo studio delle virtù e dei vizi (senza il quale studio uno scrittore non è altro che una lastra fotografica di mediocre qualità), ho trovato nelle pagine di Ravasi un’autentica miniera di osservazioni e di raccordi concettuali. Sono pagine capaci di trascorrere a un tempo - e senza il minimo sfoggio di cultura - nella teologia, nel puro concetto, nella psicanalisi, nella storia delle idee, nella letteratura ma soprattutto in noi, depositando al centro del capitolo, pagina, paragrafo sempre le parole adatte a quel lavoro essenziale, scopo unico di tutta la cultura e dell’esistenza dei libri, che è la conoscenza di sé.
Uno dei momenti di questo lavoro è la conoscenza dei propri vizi dominanti. Il vizio non è semplicemente il male morale, «che ci affascina», come osserva un celebre inno allo Spirito Santo.
Il male può essere desiderabile, mentre il vizio si attesta sulla deriva del desiderio: non è piacere, non è gioia, non è godimento, ma al contrario è noia, tedio, instabilità, affanno, e la sua inquietudine è un’inquietudine vuota. È necessario addentrarsi in quel vuoto, come fece Dante, per ritrovarvi il bene che ci è necessario.
Il libro di Ravasi è bellissimo non soltanto per l’ampiezza e la competenza dell'indagine, ma soprattutto perché, nella sua andatura discorsiva così pacata e piacevole, delinea la natura del vizio come l’oggetto di una lotta concreta e mai conclusa.
Spesso lottare contro il male è impossibile, e - a dispetto di quanto pensava Kant - s’impone la scelta del male minore. Viceversa, fare in modo che il male non si trasformi in vizio è, invece, un lavoro possibile a tutti. Tenendo presente - regola numero uno - che è proprio al vizio che ogni male, per quanto «innocente», tende.