L’infinita ricerca dell’infinito per trovare un senso alla vita

Nel saggio dello scrittore statunitense, la matematica riflette il disperato bisogno di regole universali che trascendano l’uomo

L’infinito ci perseguita. Questo concetto ritorna nelle lettere che Don De Lillo e David Foster Wallace si sono scritti a intervalli più o meno regolari nei primi anni di questo secolo. L’interruzione è avvenuta perché a un certo punto Wallace ha detto basta. Non con De Lillo ma con la vita. Non si sa quasi nulla di questo scambio epistolare. Solo che i due, il patriarca postmoderno ormai settantaciquenne e quel diamante pazzo con la bandana in testa, sentono che il romanzo non può sottrarsi alle stesse sfide delle matematica e della fisica.
Non c’è via d’uscita, per due motivi semplici ma drammaticamente profondi. Il primo estetico. Tutti e due sono convinti che il linguaggio dei numeri ha una poesia e una creatività superiore a quello delle parole. È quel vecchio problema dell’inesprimibile, una sorta di afasia che ti fa sentire il linguaggio, vuoto, inutile, o semplicemente non adeguato per raccontare la vita e il mondo. Qualcosa che ti fa sentire stupido. Wallace pensava che la matematica fosse sexy e trovava molto triste che le persone «normali» non potessero di solito gustare la bellezza artistica dell’astrazione. Wallace ci prova a raccontare al suo pubblico la seduzione della matematica. Lo fa in Tutto, e di più. Storia compatta dell’Infinito (Codice, pagg. 262). Questo libro, che può essere considerato un saggio-romanzo che parte dalla matematica di Georg Cantor e la sua teoria sugli insiemi e ti porta ai confini pensabili dell’infinito, è uscito per la prima volta in Italia nel 2005, ora torna con una nuova traduzione. Per capirsi Tutto, e di più può essere considerato il lato B di Infinite Jest, il romanzo capolavoro di Wallace. De Lillo stranamente parla di Tutto, e di più nella prefazione di Questa è l’acqua (Einaudi), un altro romanzo di DFW. E scrive: «Tutto, e di più potrebbe anche essere la descrizione del romanzo Infinite Jest, una serissima beffa sulle forme di dipendenza dell’umanità. Possiamo immaginare i suoi testi narrativi e i suoi saggi come stralci di rotoli da un lontano futuro». In quei rotoli ci sono solo frammenti dell’enigma dell’umanità e forse una grande solitudine che ci fa attaccare a tutti i nostri vizi e alle nostre paure. Noi rispondiamo al «non so» rifugiandosi nella dipendenza, come burattini innamorati del proprio filo. L’effetto è comico.
Se in Infinite Jest Wallace narra un mondo dominato da un caos apparente, nel suo libro matematico mostra il cosmos, tutto quello che insomma nel romanzo sfugge agli occhi dei protagonisti. Non perché sono ciechi ma perché non hanno una teoria per interpretare il reale. E qui arriviamo alla seconda questione che destabilizza Wallace e De Lillo. Tutti e due cercano disperatamente di fare i conti con l’identità. È un «non so chi sono» metafisico e resta la colonna sonora dei loro romanzi. È una voglia disperata di infinito che li porta a ragionare sul malessere della dipendenza, del rifugiarsi in qualcosa di umano che non basta, sulla difficoltà di concepire l’individuo come qualcosa di irrilevante, fino ad arrendersi all’evidenza dei fatti, questo almeno fino a quando non verrà risolta l’equazione del tutto. È quel qualcosa che manca che li ossessione, lo spazio bianco che rende incomprensibile le vicende che stanno narrando. Ma il segreto delle loro storie è proprio lì, nel non detto.
È l’enigma anche delle nostre storie, quelle che trovate nei giornali di questi giorni. Immaginate un neutrino che va da A a B. Scoprite, come è successo, che compie questo tragitto in un tempo più veloce della luce. Non sapete assolutamente perché. Facciamo qualche ipotesi. È assurdo, ma davvero è più veloce della luce. Oppure il cronometrista ha sbagliato a prendere il tempo. O ancora il neutrino è saltato in una dimensione parallela prendendo una sorta di scorciatoia e aprendo infinite possibilità alla nostra concezione di universo, tempo, luogo e in fin dei conti anche di uomo. Lo spazio bianco sul viaggio del neutrino è il senso profondo di gran parte della letteratura post moderna. Noi siamo quello che non sappiamo.
È lo stesso Wallace a rivelare durante un’intervista a Michel Silverblatt che Infinite Jest ricorda un frattale: «È proprio una delle cose su cui si basa il romanzo. È in effetti strutturato come una cosa che si chiama triangolo di Sierpinski, un tipo primitivo di frattale piramidale». Che cos’è? Lasciamo a un matematico, Roberto Natalini, la risposta: «Si parte con un triangolo equilatero e si elimina il triangolo centrale con i vertici posti sul punto medio di ogni lato. Questo ci lascia con tre triangoli pieni e uno vuoto. Per ognuno dei triangoli pieni si ripete questa operazione. Il triangolo di Sierpinski è il limite di questa procedura ripetuta un numero infinito di volte. In Infinite Jest compare a pagina 254, sul muro della camera del protagonista Hal, dove c’è ne è uno enorme disegnato a mano». Tutto quello che non avete capito di Foster Wallace è nello spazio bianco all’interno del triangolo. Aveva ragione Borges nel Giardino dei sentieri che si biforcano: «In un indovinello sulla scacchiera qual è l’unica parola proibita? La scacchiera».