L’inflazione e i timori sui tassi gelano le Borse di tutta Europa

Bruciati 120 miliardi di capitalizzazione. Milano cede il 2%, il greggio salva New York

Rodolfo Parietti

da Milano

Il ceffone non è stato indolore: perdite attorno al 2%, 120 miliardi di capitalizzazione evaporati in poche ore, quante ne sono bastate per spaventare al punto giusto le Borse europee, portarle ai confini di un’autentica crisi di panico e lasciarle a fine seduta con qualche interrogativo irrisolto. La domanda che circola con sempre maggiore insistenza tra gli investitori è se, per contrastare le crescenti spinte inflazionistiche innescate dal rincaro dei prezzi petroliferi, la Bce deciderà di alzare i tassi, fermi dal giugno 2003 al 2%, e se la Federal Reserve abbandonerà la strategia degli aumenti graduali del costo del denaro a favore di un atteggiamento più aggressivo.
Una doppia preoccupazione che ha finito ieri per generare molte vendite al “buio”. «È il primo giorno - commentava il responsabile di una sala operativa - che vediamo gli investitori vendere le azioni senza dar troppo peso ai prezzi». Brutto segno, sintomo di paure forse eccessive su cui la speculazione riesce a far leva facilmente. Così si spiegano i forti ribassi in chiusura: il meno 1,83% di Londra, costretta a indietreggiare fino ai livelli toccati a luglio dopo gli attentati; il meno 1,93% di Parigi e il meno 2,05% di Francoforte. E poi Milano, dove il Mibtel è sceso del 2,06% e l’S&P/Mib dell’1,77%. Per certi versi, Piazza Affari fa storia a sé. Qui gli interrogativi macroeconomici si intrecciano con le saghe finanziarie che da tempo tengono banco, in un mescolarsi di gossip, di vero e verosimile. È il caso di Parmalat (meno 8,76%), penalizzata dalle ipotesi di un’Opa inferiore rispetto ai prezzi di mercato; è il caso di Bpi (meno 20,5%), travolta dalle vendite di chi è convinto che il pacchetto Rcs nelle mani dell’istituto sarà di difficile collocazione. E ancora: Gemina (meno 8,5%), affossata dall’ennesima smentita che Save non ha allo studio il lancio di un’Opa.
Le pesanti perdite accusate dai mercati del Vecchio continente vanno valutate per ciò che al momento sono: un incidente di percorso, da valutare alla luce di quanto accadrà nei prossimi giorni. Tenendo però sempre presente che il petrolio resta un’arma a doppio taglio: favorisce pesantemente, quando i prezzi puntano verso l’alto, i titoli dell’energia; ma al tempo stesso surriscalda l’inflazione. Ieri l’Europa ha evitato sul finale di accumulare perdite ancor più pesanti proprio grazie al calo delle quotazioni del greggio, sceso sotto i 61 dollari dopo l’annuncio che le scorte petrolifere Usa sono risultate superiori alle previsioni. Wall Street ha così virato in positivo (più 1,21% il Dow Jones, più 1,68% il Nasdaq a fine seduta).
Punto secondo: al momento non esiste alcuna prova che le banche centrali stiano preparando una mossa più aggressiva sui tassi. In ambito Bce è solo da escludere un ribasso, considerata la riluttanza con cui l’Eurotower associa l’alleggerimento del costo del denaro alla crescita economica. L’inflazione, schizzata al 2,6% in settembre, è ben oltre il target Bce (al 2%), ma la parte core (quella che esclude alimentari ed energia) è più sotto controllo e la fiacchezza della domanda interna consiglia prudenza nel muovere le leve monetarie.
L’America non ha problemi di crescita, ma la Fed non può non tener conto dei milioni di americani che si sono indebitati usando spesso i mutui ipotecari come succedanei della carta di credito. Nel Beige Book diffuso ieri sera l’istituto ricorda inoltre come il caro-petrolio stia pesando sui costi delle aziende, sul mercato del lavoro e minando la fiducia dei risparmiatori. Resta inoltre da vedere se Alan Greenspan intenda congedarsi a fine gennaio, dopo oltre 18 anni di onorato servizio, con un provvedimento impopolare, sgradito a una Casa Bianca ancora sotto tiro dopo la disastrosa gestione dell’uragano Katrina e certamente indigesto per Wall Street.