L’inflazione non morde Negli Usa più vicino un altro taglio dei tassi

da Milano

Le attese di un ulteriore taglio dei tassi in dicembre da parte della Federal reserve hanno avuto modo di consolidarsi ieri grazie al dato sui prezzi alla produzione, cresciuti in ottobre dello 0,1%. Il «congelamento», alquanto notevole se si pensa che a settembre la risalita dei prezzi aveva avuto ben altra dinamica (più 1,1%), sembra indicare spinte inflazionistiche tutto sommato contenute e lascerebbe spazio all’istituto centrale Usa per muovere ancora al ribasso le leve monetarie, dopo le due sforbiciate decise tra settembre e ottobre con cui il costo del denaro è stato portato al 4,50%.
L’effetto delle recenti fiammate delle quotazioni petrolifere potrebbe tuttavia non essersi ancora trasferito sui prezzi. Ciò potrebbe complicare il compito della Fed, anche se nell’ultima audizione davanti al Congresso il presidente della Fed, Ben Bernanke, è stato chiaro: l’economia americana, debilitata dalla crisi del settore immobiliare e creditizio e dal virus dei mutui sub prime, accuserà il colpo sotto forma di un forte rallentamento nel quarto trimestre. Inoltre, fino alla metà del 2008 lo scenario congiunturale non si preannuncia esaltante.
La variabile petrolio va però vista anche da un’altra angolazione. Ovvero, dal punto di vista del possibile impatto sulla spesa privata, già posta in pericolo dal crescente numero di famiglie non più in grado di far fronte alle rate dei prestiti. Sorretti dall’ancor positivo stato di salute del mercato del lavoro, i consumi (da cui dipende il 70% del Pil) hanno finora tenuto, ma la crescita delle vendite al dettaglio in ottobre (più 0,2%), seppur superiore alle stime degli analisti, non è del tutto rassicurante in vista della stagione dello shopping per eccellenza, quella natalizia.
Le indicazioni macroeconomiche giunte ieri dagli Usa sono state accolte positivamente dalle Borse europee, con Zurigo in rialzo dell’1,53%, Parigi che ha chiuso in crescita dell’1,27%, Londra dell’1,1% e Milano dello 0,72%. Piatta invece Francoforte, il cui andamento negli ultimi periodi sempre abbastanza poco collegato con le altre piazze finanziarie, mentre a Wall Street ha prevalso la cautela dopo il minirally di martedì che aveva consentito al Dow Jones di riconquistare quota 13mila. D’altra parte, è atteso per oggi il «verdetto» sui prezzi al consumo: se venisse confermato l’andamento benigno, aumenterebbero considerevolmente le probabilità di un taglio dei tassi il mese prossimo.
Il momento economico delicato vissuto dagli Stati Uniti deve aver convinto la Fed della necessità di apportare alcuni cambiamenti significativi nella propria strategia di comunicazione, destinati a diventare operativi a partire dal prossimo 20 novembre. Nella sostanza, la decisione comunicata ieri punta a fornire un quadro più preciso sugli orientamenti di politica monetaria, facendo leva sul rilascio di stime sull’inflazione basate sulle spese personali core (cioè al netto di alimentari ed energia, le voci più volatili), sul tasso di disoccupazione e sul Pil. In precedenza, la banca di Washington non comunicava i dati sull’inflazione e diffondeva in modo discontinuo le rilevazioni sul prodotto interno lordo. Bernanke ha precisato che la nuova strategia non include la fissazione di un obiettivo di inflazione (uno dei capisaldi della Bce), punto su cui il presidente della Fed si era battuto all’inizio del proprio mandato. Ora, l’ex professore di Princeton ha cambiato idea: «Il target potrebbe essere meno adatto alla Fed, perché il nostro compito è anche quello di stimolare l’occupazione».