L’inflazione vera e i prezzi dei canguri

E dire che l'Istat ce l'ha messa tutta, adesso persino coi calcoli complicati che per stimare l'inflazione si fanno solo in Canada, Australia e Singapore. E ottenendone stime dell'inflazione dal 2001 al 2006 graduate per le famiglie povere. Eppure non è cambiato niente: i numeri che ne risultano, non potrebbero convincere neppure la massaia più traviata. Giacché da quando esiste l'euro non c'è nonna al mercato o padre di famiglia che non si senta più povero, e non sia ormai tentato di dire che mille lire di prima fanno un euro adesso. E costoro rassegnati lascerebbero quasi volentieri cadere il discorso, tanto pare a tutti evidente. E invece che ti fa l'Istat? Arriva a concedere tutt’al più che i prezzi dei beni consumati dalle famiglie con bassi livelli di spesa o in affitto sono cresciuti di un qualche millesimo più dell'indice generale. Per l'esattezza nel 2001-2006 sarebbero cresciuti, rispettivamente del 15,76% e del 15,56%, in confronto a un indice generale dei prezzi in crescita del 15,42% per il complesso delle famiglie. Il ritocco insomma ridicolizza a un quasi niente la percezione dei più, che sentono d'aver perso la metà del potere d'acquisto in pochi anni. Forse queste benedette stime andrebbero chiarite; senza di che chiunque ha il diritto di sentirsi preso in giro dalle statistiche.
Anche perché i numeri che giustificano la percezione della gente ci sarebbero, e richiedono solo d'essere calcolati in altra maniera. Può dirsi ad esempio che al netto delle tasse il potere d'acquisto dei salari era ancora nel 2005 inferiore a quello del '92; e la situazione non è intanto migliorata. Il lavoro è pagato peggio. Pertanto una prima spiegazione, sta nel fatto che per certe categorie il potere d'acquisto è diminuito, di molto. Inoltre le spese per la casa sono cresciute quasi del doppio più delle altre, e pesano di più per certe famiglie. Ma ancora queste specificazioni non bastano. L'inflazione è un concetto relativo e l'indice dei prezzi al consumo non riesce a darne conto per sua natura. Si pensi a un giovane che voglia comprarsi casa: per decidersi egli ne pondererà il prezzo ai suoi redditi. E discutendone in famiglia vedrà allora subito che ha perso quasi una metà del suo potere d'acquisto. In effetti dal 2000 il valore della ricchezza immobiliare, se misurato in anni di lavoro di un dipendente medio, è cresciuto circa del 40%. Ma è proprio questo squilibrarsi ai prezzi delle case o dei titoli, che quasi mai viene misurato.
Insomma l'euro con bassi tassi di interesse ha fatto lievitare il valore dei capitali rispetto ai redditi, e l'accordo del '92 lo ha pagato solo il lavoro. Comunque il prezzo relativo del lavoro è diminuito, e con esso il suo potere d'acquisto. Insomma se si citassero più spesso indici del potere d'acquisto diversi e relativi come questi, la gente ci si ritroverebbe meglio. Gli indici segmentati, come l'ultimo dell'Istat andranno bene a Singapore o per i prezzi dei canguri. Ma in Italia sarebbe meglio comparare più spesso poteri d'acquisto o prezzi delle case. I calcoli degli alacri statali dell'Istat così non terrebbero solo in conto la concorrenza cinese che butta giù i prezzi, e si accorderebbero al senso comune. Il che però implicherebbe di dedurne pure che sciagura immane è stato l'euro, per troppi.