L’Ing. De Benedetti, capitalista atipico che obbedisce ai fan

Ruggero Guarini

Mai visto finora un padrone rivelare con tanta fierezza di essere solo il servo dei suoi servi. O un padrino riconoscere con tanta dignità di essere solo un picciotto dei suoi picciotti. O un condottiero ammettere con tanto ardimento di essere solo un armigero dei suoi armigeri. O un capotribù spifferare con tanto orgoglio di essere soltanto uno schiavetto della sua tribù. O un burattinaio confessare con tanta soddisfazione di essere soltanto il burattino dei suoi burattini.
Mai visto, soprattutto, un grande capitalista, un potente finanziere, uno strepitoso tycoon, spiattellare con tanta nonchalance di essere in effetti l'unico dipendente della modesta ma esigente squadra di tifosi da lui stesso reclutata e finanziata non già al volgarissimo scopo, come tutti avevamo finora ingenuamente creduto, di permetterle di difendere i suoi interessi, e magari anche i suoi ideali, bensì, come lui stesso ha appena pubblicamente annunciato, al molto più nobile fine di permetterle di imporgli di posporre i suoi interessi, e ovviamente anche i suoi ideali, a quelli della squadra.
Mai visto inoltre che un meraviglioso, abbagliante, imperioso capitano d'industria, pur di dimostrare di essere solo il domestico dei suoi domestici, il dipendente dei suoi dipendenti, il suddito dei suoi sudditi, il lacché dei suoi lacché e forse anche il sottopancia dei suoi sottopancia, abbia disdetto un patto di pace col nemico che egli aveva appena firmato proprio e soltanto allo scopo di dimostrare alla squadra dei suoi inservienti di essere pronto a obbedire al suo prevedibile ordine di stracciarlo seduta stante.
Mai visto infine qualche capitalista borghese o qualche suo fiero lobbista dimostrare con tanta allegria che le istituzioni e le cricche politiche e culturali non sono affatto, come credeva quel fesso di Marx, comitati di affari della borghesia capitalistica, rivelando finalmente che al contrario è la borghesia capitalista un comitato di affari delle sue istituzioni e cricche politiche e culturali.
Ebbene, adesso si è visto. Quello che invece non si è ancora visto è un pizzico di vergogna sulle facce di tutti coloro che tutto questo ce lo hanno appena fatto vedere. Eppure a tutti loro, com'è noto, la vergogna piace molto. Non però quella che forse accade in segreto anche a loro di provare qualche volta per se stessi, ma quella che vogliono sempre far provare agli altri.
Che la loro vera passione, il loro desiderio più ardente, la loro massima ambizione sia appunto quella di procurare vergogna al prossimo lo avevamo del resto capito da un pezzo. Ma non speravamo che un giorno, per dimostrare pubblicamente che proprio questo è il loro grande sogno, avrebbero osato sfidare simultaneamente il ridicolo e il sublime allestendo lo show politico, economico e mediatico, nonché culturale, morale e sociale, più inverecondo della stagione.
(Ogni riferimento ai fatti relativi alla vicenda dell'accordo pattuito dall'ing. De Benedetti con Silvio Berlusconi, e poi disdetto dal primo per obbedire all'ordine dei suoi fan, nonché alla legge fondamentale del suo clan, che interdice qualsiasi intesa col secondo, deve ritenersi assolutamente fortuito).
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