L’ingegnere innocente e sempre colpevole

Più di venti processi. E l’umiliazione di entrare in carcere sotto gli occhi della moglie e dei figli che lo abbracciavano. Ovviamente era innocente. Ovviamente ha perso il lavoro. Ovviamente ha perso tanto, tranne la certezza di non aver mai fatto nulla di male. Ennio Paolucci oggi ha 74, è ingegnere in pensione, e ha passato forse più tempo a difendersi da accuse infondate che a lavorare per l’Anas.
Tutto inizia nel 1965 quando è capo sezione del Ponente ligure per l’azienda stradale. Un masso si stacca da un costose, travolge un auto e uccide due persone. «Evento imprevedibile», dimostrerà il processo, che però intanto viene celebrato. Stesso anno, disgrazia simile. Dopo un allarme che fa intervenire gli uomini dell’Anas lungo l’Aurelia a Finale Ligure, si stacca un masso e colpisce una «500» in transito uccidendo una donna. Il magistrato arriva ad accusarlo, oltre che di omicidio colposo, anche di presunta strage. Ma che strage? La vittima è una sola? «Sarebbe potuto transitare un pullman con 50 persone a bordo», replica sereno il giudice istruttore. Il processo alle ipotesi si sgonfia quando una perizia dimostra che il masso si è staccato per le vibrazioni indotte dai lavori di una vicina cava. Ma già, ricorda l’ingegnere, «durante il sopralluogo avevo teso la mano ai consulenti che in fondo, come tecnici, per me erano colleghi. Invece loro, evidentemente, mi consideravano un criminale: si erano subito ritratti rifiutandosi di stringermela».
Processato se non mette in sicurezza un costone, processato se lo fa. Come nel caso di due denunce arrivate per lavori urgenti fatti nel Parco di Portofino e lungo la statale Oropa dove erano stati addirittura tagliati due alberi per salvaguardare la vita della gente. Nulla di fatto, ovviamente, come in tante altre contestazioni. Fino al 1993, quando Paolucci è dirigente a Torino. Tre agenti di polizia si presentano nel suo studio e gli notificano l’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Savona.
«Durante il viaggio in auto verso Savona racconta di essersi sentito sereno, tranquillo - è la descrizione che fa Ilaria cavo nel suo libro - Tutto si complicò quando, all’ingresso del carcere, trovò la moglie e il figlio che, avvisati da lui telefonicamente, con il permesso degli agenti, si erano precipitati da Genova per salutarlo. “Li abbracciai. Provai una profonda pena, per me e per loro, perché tutto mi sembrava assurdo”, ricorda l’ingegnere». Era accusato di aver preteso tangenti per alcuni appalti dell’Anas. L’1 per cento su ogni lavoro. «A conti fatti avrei incassato due miliardi di lire, dove li avrò messi?», si chiede ironico Paolucci in cella. Cinque giorni in carcere, un mese ai domiciliari. Il processo che inizia nel 1997, quattro anni dopo, quando i magistrati gli avevano anche congelato i beni riducendo lui e la famiglia quasi sul lastrico.
Mentre il processo va avanti, altri due avvisi di garanzia per fatti pregressi e accertamenti fiscali tutti finiti in nulla lo fiaccano (e gli costano altri sforzi economici). Non gli viene neppure concesso il rinvio di un’udienza mentre è in ospedale per un’operazione di ernia del disco. Lui si fa portare in tribunale con la barella e viene lasciato sdraiato nell’atrio perché l’ascensore è troppo stretto. Assolto perché il fatto non sussiste, recita la sentenza. Un teste non conferma le accuse in tribunale, un altro lo accusa per fatti commessi mentre lui non era neppure in quell’ufficio, un altro lo scagiona proprio esplicitamente. Insomma, la procura non prova neppure a fare appello.
Di accusa in accusa, di assoluzione in assoluzione, Paolucci arriva al 2009. Crolla un ponte sull’Adda, avviso di garanzia per lui che ha lasciato l’Anas lombarda da dodici anni, da otto è in pensione. L’indagine è ancora in corso, lui è ancora indagato, non l’hanno neppure ascoltato. Serve altro?