Per l’Inghilterra è inspiegabile l’Ordine tutto cavilli e burocrazia

Il quotidiano progressista "Guardian" sentenzia: in Italia la stampa è
libera, peccato per l'obbligo di iscriversi all’albo. <strong><a href="/a.pic1?ID=487843">La solidarietà dei lettori a Feltri
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Roma - Il titolo è da manuale: «Preoccupazioni per la libertà di stampa nell’Italia di Berlusconi». Poi, però, leggendo bene l’articolo del Guardian, si scopre che le anomalie dell’informazione del Belpaese non dipendono poi tutte dal premier-tycoon. Che i giornali sono liberi, che la Rai è quella che è, ma non da oggi. E che tra le cose che non vanno c’è sicuramente il conflitto di interessi, ma anche l’Ordine dei giornalisti.

L’analisi sull’Italia riportata nel blog di Roy Greenslade, giornalista della testata più importante della sinistra britannica se non europea, è dell’International Press Institute che ha appena terminato una missione di sette giorni nel Belpaese per fare il punto sui media. E il risultato, in Italia, ha il suono di un’eresia: la stampa del Paese è libera e ospita un ampio ventaglio di opinioni politiche, anche se i principali quotidiani nazionali sono sostenuti da grandi gruppi industriali, con priorità che non sempre coincidono con quelle di un editore.

Carta stampata libera, quindi. Peccato per quelle «procedure ufficiali di accreditamento dei giornalisti». Cioè per l’Ordine dei giornalisti che ha fatto «alzare il sopracciglio» agli emissari dell’organizzazione internazionale. Se i giornalisti italiani vogliono essere considerati tali - dà conto il rapporto - devono iscriversi all’Ordine nazionale dei giornalisti e sostenere un esame. E nella commissione che seleziona chi potrà scrivere e chi no, «non ci sono solo giornalisti anziani, ma anche tre magistrati. L’Ipi - scrive Greenslade - pensa che il coinvolgimento delle autorità giudiziarie sia preoccupante».
La missione ha terminato il suo lavoro venerdì. E non manca il richiamo alle televisioni di proprietà del premier, situazione che ha un «effetto negativo nel pluralismo» dell’informazione televisiva. La proprietà del maggiore gruppo televisivo da parte di Berlusconi per l’Ipi è chiaramente un conflitto di interesse.

E poi c’è l’«influenza politica» sulla Rai, che è sempre maggiore. Ma che, a ben guardare, con il Cavaliere non c’entra poi tanto. «La politicizzazione della televisione pubblica è preoccupante». Anche se, sottolinea il blog del Guardian, è precedente rispetto all’andata al potere di Berlusconi. Male la legge sulle intercettazioni, ma a quanto pare è ferma. Preoccupazione anche per «le difficoltà affrontate dai giornalisti nel coprire il crimine organizzato, in particolare in regioni dove i cartelli del crimine esercitano una significativa influenza».

Considerazioni tutto sommato scontate, ma che stonano rispetto alla vulgata che vuole l’informazione italiana sotto il tallone del governo. Significativi anche i commenti nel blog del sinistrissimo Guardian. Come molte delle cose italiane, scrive un lettore che fa l’esempio del nepotismo, dei favoritismi nel lavoro e nel protezionismo, «molti dei problemi del Paese sono molto più profondi e risalgono a molto prima di Berlusconi. Che - sostiene il lettore del quotidiano britannico - semplicemente li ha sfruttati».
Non mancano gli immigrati italiani che criticano il Guardian per avere sposato la tesi della libertà dell’informazione televisiva in Italia senza puntare i riflettori sui problemi locali. «Almeno in Italia sappiamo che se guardiamo Mediaset guardiamo le televisioni di Berlusconi».