«L’ingiustizia resta, non abbiamo fatto niente»

Paolo Marchi

da Milano

«Un’ingiustizia», tredici lettere e un apostrofo, tutti i grandi rossoneri parlano di ingiustizia, pur se mitigata dal preliminare di Champions. Toccherà al capogruppo della Lega a Montecitorio, Roberto Maroni, riportare il pensiero di Silvio Berlusconi al quale aveva telefonato per avere conferma del ritorno nell’Europa che conta: «Resta un'ingiustizia perché il Milan non ha fatto nulla», le dieci parole del massimo dirigente che troveranno un’eco in altri concetti simili: «Meritavamo un’assoluzione, un proscioglimento totale, è assurdo, non c’è nessun elemento oggettivo a carico del Milan. Il fatto che sia stato colpito Galliani è assurdo», parole riferite da suoi collaboratori. E poi suo figlio Piersilvio, a Portofino per la presentazione del palinsesto Mediaset (che a livello di digitale terrestre trasmetterà sempre la Juve, senza ridiscutere il contratto): «Le sentenze sono oggetivamente più equilibrate rispetto a quelle espresse in primo grado. Certo che come milanista non sono contento perché non c’è la ben che minima prova di qualunque concreto illecito. Le intercettazioni non dicono niente e otto punti di penalizzazione sono obiettivamente troppi». E poi aggiungerà, come vicepresidente Mediaset: «Rispetto ai verdetti di primo grado la situazione è migliorata. La situazione tivu è meno penalizzante sia per quanto riguarda l’offerta di Mediaset premium (che offrirà gli incontri di Milan, Inter, Torino e delle due romane, ndr) sia per gli highlights di A che intendiamo però rinegoziare con la Lega».
E a Milano, lunga la serata al 3 di via Turati, in sede, presenti Galliani, Braida e gli avvocati Cantamessa (del Milan) e De Luca (di Galliani), e sui marciapiedi, con quello lato androne occupato dai giornalisti e quello dirimpetto trasformato in uno spicchio di curva da una cinquantina di ultras, fedelissimi con un filo diretto con il Galliani tifosissimo. Attorno alle otto, i curvaioli faranno avere al vicepresidente la maglietta stampata in queste settimane, rossa con sopra scritto «giù le mani dal Milan».
Ed è a loro che il dirigente penserà verso le verso le nove e mezzo quando la notizia del ritorno in Champions aveva già smorzato ogni rischio di incidenti (anche se i poliziotti non latitavano certo). C’era Cantamessa in attesa del collegamento con Italia Uno, c’erano i cronisti e c’erano gli ultras. «Parlo solo con i tifosi», dirà Galliani accingendosi ad attraversare la strada, facendo subito dietrofront: «Venite con me» e come il pifferaio della favola si porterà con sé tutti i tifosi nel giardino del palazzo che accoglie la sede rossonera.
Parlerà con loro, sicuro di parlare la stessa lingua, quella del cuore fortemente rosso e nero, dichiarando subito che piega prenderà il prossimo campionato, un derby milanese lungo 38 giornate: «Tranquilli, non dovete affatto preoccuparvi per la penalizzazione che ci hanno inflitto: recupereremo gli otto punti all’Inter entro Natale, no, anche prima di dicembre». E vai con l’applausone mentre Galliani si metterà a comporre il numero di cellulare di Pippo Inzaghi, in vacanza post-mondiale: «Pippo ciao, guarda che tra dieci giorni si giocherà la partita più importante della stagione». In verità tra due settimane, l’8 o 9 agosto l’andata, ma il concetto è chiaro: il Milan rinsalda le fila e muove all’attacco e non ci sarà spazio per mollaccioni e simili: «Stiamo già richiamando i giocatori dalle ferie, che la preprazione per la Champions da iniziare, Ancelotti è già lì che sta approntando il programma di lavoro e io andrò a Milanello per metterli tutti davanti a un muro per guardarli in faccia, bene negli occhi uno a uno per capire chi ha i colori dipinti nel cuore. Al Milan rimarrà solo chi ha ha voglia di restarci e io capirò chi vuole e chi no. Sarà un vero Milan».
E così, chissà, questo faccia a faccia servirà a smascherare eventuali pruriti madridisti di Kakà. Ai tifosi Galliani dirà anche, a differenza dei legali alla stampa, «che la corsa del Milan finisce qui», non vi sarà ricorso alcuno, nemmeno alla camera di conciliazione del Coni. Questo per quanto riguarda la società, perché a livello personale Galliani è di avviso opposto: «Io andrò avanti», in fondo è quello che a livello del Diavolo ha avuto la pena più pesante, nove mesi da spettatore che, come dirà l’avvocato Cantamessa, «è cosa assolutamente ingiusta: nove mesi di squalifica sono nove mesi di troppo vista l’assoluta estranietà sua. Quanto alla società, rispetto alla fucilata del primo grado, ora il ritorno in Champions mitiga l’amarezza per sanzioni che sono certo più pesanti dell’assoluzione che avevamo richiesto. In ogni modo, passato questo stato d’animo positivo, l’ingiustizia farà come le cipolle: tornerà su».