L’inglese Hamilton e il «tradimento» dell’amico Mosley

È il global thinking, perché mai stupirsi? Una gola profonda molto altolocata e molto straniera - così che non si pensi al povero Gino Macaluso, membro italiano dentro il consiglio mondiale Fia - due giorni prima del verdetto parigino ci aveva raccontato del sermone che il presidente della Federazione dell’auto, Max Mosley, è solito fare un attimo prima delle votazioni spinose: «Signori consiglieri, mi raccomando, giudicate in modo globale, tenendo conto delle implicazioni che una determinata scelta di pene potrà avere sul nostro sport». E il global thinking ha partorito il verdetto più sconclusionato della recente storia motoristica: McLaren colpevole ma impunibile.
Eppure, subito dopo la deflagrazione della spy story, precedenti alla mano, era impossibile pensare a una sanzione, per il team inglese, inferiore alla multa milionaria, alla penalizzazione in uno dei due campionati, a un paio di gare da saltare nei prossimi Gp. Sanzioni, queste, tutte buoniste, perché il precedente vero (Toyota che bara con le turbine nel campionato rally 1994) racconta di un colosso dei motori escluso per due anni dal mondiale.
Passano i giorni e osservando la strategia difensiva di Ron Dennis («siamo assolutamente a posto, nulla è stato utilizzato») e parlando con il gran capo Mercedes Norbert Haug (che serafico ci dice «noi abbiamo un problema? Ma di quale problema parlate?»), ecco nascere il dubbio che lo squadrone anglo tedesco abbia pronto il jolly. Eppure, non si era sempre detto che la Ferrari è l’armata onnipotente che tutto condiziona nel mondo che corre? E non si era sempre sostenuto che Max Mosley, presidente highlander della Fia anche per le indubbie simpatie ferrariste, è molto vicino a Maranello? E non si era sempre narrato che Mosley è vittima di attacchi di orticaria non appena gli si para innanzi Ron Dennis?
Si diceva, non si dice più. Perché ora ci sono un paio di grossi «ma» ad aver da tempo alterato delicati equilibri. Il primo è la voce sempre più insistente che darebbe Mosley pronto a lasciare la Federazione alla scadenza del mandato, nel 2009. Cosa che lo renderebbe decisamente più libero di far quel diavolo che vuole. Il secondo «ma» è che negli ultimi undici anni di F1, da quando cioè la Ferrari schumacheriana è risorta ed è tornata a far paura, non c’è mai stato un pilota inglese in grado di vincere, e per davvero, il titolo. Si poteva simpatizzare per Maranello quando a trionfare erano un finlandese o un canadese su macchine britanniche; non si può farlo oggi che il prodigio Hamilton fa il nuovo Stewart e, per di più, guida il mondiale.