L’inguaribile pigro lasciato dalle donne

Erede di una famiglia di artisti, seguì una strada diversa. Si innamorava di continuo e non aveva mai il coraggio di troncare le relazioni

Ebbe fama di pigro e non lo era. Era cioè uno di quei pigri che se non lavorava diventava pazzo. Infatti, ha lasciato dietro di sé un numero tale di opere come pochi suoi contemporanei. Scadenti alcune, capolavori altre.
Di certo invece, fu un indeciso. Lo riconobbe con lucidità: «Io non sono mai stato capace di fare un gesto definitivo, non sono mai stato un eroe della volontà, rimando, tergiverso... sempre per la paura di ferire gli altri». Ma questa, di non decidere per non ferire, era una scusa bella e buona. In realtà, spremeva fino in fondo le situazioni che gli facevano comodo. E, alla fine, soffrivano tutti. Lui e gli altri.
La carenza di volontà ne fece un eterodiretto. Fu, di volta in volta, tutto ciò che gli venne richiesto dal Pigmalione di turno. Per compiacerlo e sbarcare il lunario, è stato taxista, cameriere, fruttivendolo, arbitro di calcio, agronomo, fotografo, reporter. Fu perfino, a comando, impotente, omosessuale, uomo giocattolo. In un caso, stupì il mondo con l'annuncio che era incinto di una delle sue tante amanti.
Questa passività favorì anziché ostacolare un immenso successo del Nostro con le donne. E che donne. La sua prima fidanzata, quando aveva 22 anni, fu Silvana Mangano. Non era ancora un’attrice, ma una sedicenne con la bellezza particolare dei sangue misti. La madre era infatti un’inglese, il padre siciliano e la ragazzina aveva un aspetto spagnolesco accentuato dalla mania di vestirsi alla creola con abiti a strisce verticali. Fu un amore casuale e di quartiere. Abitavano tutti e due nella zona romana di San Giovanni e si conobbero al Caffè dello Sport di via Taranto, dove entrambi capitavano ogni tanto. Silvana prese l’iniziativa. Lui si concesse di buon grado. In genere, amoreggiavano nei giardinetti. Una volta che si baciavano, un guardone fece capolino da un cespuglio. Il Nostro si alzò di scatto e si avventò sull’intruso con l’intenzione di dargli un pugno sul muso. Colpì invece il tronco di un albero e si rovinò il pollice. Il flirt, tra alti e bassi, durò un paio d’anni. Un giorno, Silvana disertò l’appuntamento e la cosa finì. Lei aveva cominciato, lei ci metteva una pietra sopra. Fu poi sempre così per il Nostro. Le donne lo prendevano, le donne lo lasciavano. Ammise lui stesso di essere il «sedotto e abbandonato» per eccellenza.
Il quando e il perché sia finita la relazione sono in realtà incerti. Fatto sta che ritroviamo il giovanotto, incapace di tagli netti, ancora alle costole dell’ex fidanzata quattro anni dopo, nel 1950. Silvana stava diventando famosa. Aveva già ottenuto una diffusa popolarità quando la Dc la utilizzò per un manifesto di propaganda alla vigilia delle elezioni del 1948. Poi il produttore Dino De Laurentiis, suo futuro marito, la volle protagonista di Riso Amaro, un film sulle mondine. Pare che il Nostro si sia presentato all’improvviso sul set a Vercelli. Trovò Cesare Pavese che seguiva la sua fiamma, l’attrice Constance Dowling, impegnata nelle riprese. Non c’era invece la Mangano. L’avrebbe poi scovata a letto con un altro (o un’altra, date le sue tendenze) e, se la versione è vera, sarebbe stata questa la causa autentica della rottura definitiva.
L’anno stesso, il Nostro si sposò con Flora. Ne ebbe una figlia e per qualche tempo fu un’unione felice, nonostante le continue avventurette e le conseguenti bugie. Flora, paragonata spesso dai giornalisti a Penelope in perenne attesa del suo randagio Ulisse, disse senza illusioni: «È un bugiardo nato: mentire per lui è come respirare, una necessità fisiologica». Con gli anni il matrimonio divenne, prima in un inferno, poi in una formalità. Il Romeo passava infatti da un amore all’altro. Travolgente quello per Faye Dunaway, bellissima attrice americana. Teatro della loro passione fu l’intero mondo. Venezia, Parigi, Londra, New York. Scappavano di qua e di là inseguiti dai paparazzi, categoria che il Nostro aveva tenuto a battesimo. Faye avrebbe voluto sposarlo, ma il latin lover non si decideva a divorziare. Finché, dopo due anni di promesse non mantenute, Dunaway fu beccata tra le lenzuola con un altro. Mentre meditava il suicidio, l’abbonato agli abbandoni si incapricciò nuovamente. Stavolta di una perversa biondina che era stata, per puro piacere, bella di giorno. La ragazza, 20 anni meno del quarantottenne amante, se lo portò a Parigi e gli dette una figlia. Dopo tre anni di convivenza, stufa dei tira e molla del Nostro sul divorzio, lo rispedì da Flora e gli voltò per sempre le belle spalle.
Questo anomalo tombeur de femmes aveva debuttato fanciullo come falegname nella bottega del padre ebanista. Nella famiglia, originaria di Arpino la patria di Cicerone, gli artisti dalle mani d’oro erano stati numerosi: scalpellini, decoratori, tessitori di arazzi. Lo zio Umberto fu famoso scultore. Il Nostro, anziché con le mani, fece arte con la faccia e una voce indimenticabile. Ne ebbe fama costante e, come abbiamo visto, donne volatili. Solo l’ultima amante durò a lungo perché non pretese mai il divorzio. Fu al suo fianco fino a dieci anni fa. Poi giunse la morte e il settantaduenne tirò la riverenza.
Chi era?