L’innocenza tradita

La biografia della Chastenet sfata la «leggenda nera» sorta intorno a Lucrezia Borgia

Primo: non ha mai avvelenato nessuno. Leggende, maldicenze sparse dai suoi nemici. Anzi, dai nemici della sua potentissima famiglia. Il padre Rodrigo, il nobile spagnolo fatto papa col nome di Alessandro VI. E il fratello Cesare, che tutti conoscevano come il Duca Valentino. Loro sì assassini e avvelenatori, secondo gli usi dell’epoca (o di tutte le epoche, forse, come insegna l’oculato uso del polonio).
Ma Lucrezia no: Lucrezia era estranea ai misfatti della famiglia. Era una donna devota, colta e innocente. Lei, alla corte estense di Ferrara, preferiva circondarsi di grandi letterati, non di sicari: conosceva il greco antico alla perfezione e accoglieva benevola l’adulazione di Ludovico Ariosto, che nell’Orlando Furioso ne cantò la «bellezza e onestà». Si era fatta terziaria francescana e intrecciava amori platonici con il fine umanista Pietro Bembo, che fino alla morte conservò una ciocca di capelli biondi ricevuta in dono da lei: ora quel ricciolo sta in una teca alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, sopravvissuto all’adorazione feticista di Lord Byron, che passava ore a rimirarlo, e si rubò pure qualche capello.
Insomma, il vero mistero della vita di Lucrezia Borgia (1480-1519) è uno: la tenace, incredibile resistenza, attraverso i secoli, della sua leggenda nera. Ormai tutti i grandi criminali della storia sono stati, a torto o a ragione, riabilitati: Nerone è diventato buono, Cleopatra una donna onesta, Torquemada un giudice clemente. Solo Lucrezia, l’innocente Lucrezia, è rimasta, nella fantasia popolare, confinata nell’inferno dei reprobi. Seguendo le sue tracce su Internet, ci s’imbatte in pornostar che si fregiano del suo nome o in siti specializzati in perversioni sadomaso. Ma perché? Già nell’Ottocento, un erudito illustre come il Gregorovius l’aveva riscattata. Maria Bellonci le ha regalato mezzo secolo fa una biografia affettuosa e partecipe, arrivando a disperdere, documenti alla mano, anche le ombre che il Gregorovius non aveva cancellato. Come quella che Lucrezia fosse stata una pessima madre, dimentica del piccolo Rodrigo d’Aragone, nato dal suo secondo matrimonio. Andandosene a Ferrara, lo aveva dovuto lasciare a Bari. Ma si era sempre occupata di lui e in ogni modo aveva cercato di rivederlo. E quando il bambino morì, tredicenne, Lucrezia ne fu straziata.
Lucrezia fu davvero «la perfida innocente», come recita il sottotitolo della biografia di Geneviève Chastenet. Perfida per voce popolare, innocente di fatto. E anche la Chastenet dimostra che la colpa di Lucrezia fu solo una: nascere nella famiglia sbagliata. Lucrezia fu sempre vittima delle astuzie del padre e del fratello. A tredici anni era andata in sposa a Giovanni Sforza, signore di Pesaro: così aveva voluto il padre, papa Alessandro VI, in nome della ragion di Stato. E sempre la ragion di Stato indusse poi Alessandro a strappare la figlia dal marito per consegnarla nelle mani del principe napoletano Alfonso di Bisceglie. Il pretesto fu che Giovanni Sforza era impotente: non era vero, ma quando lo zio Ludovico il Moro, d’intesa col Papa, suggerì perfidamente a Giovanni di smentire la calunnia accoppiandosi con Lucrezia davanti a una commissione di prelati, il signore di Pesaro preferì rinunciare alla moglie. Ad Alfonso, comunque, andò peggio. Quando i Borgia decisero di liberarsi anche di lui, usarono vie meno tortuose: gli mandarono alcuni sicari, poi, siccome non voleva proprio morire, lo fecero strangolare nel suo letto. Artefice di questo misfatto sarebbe stato Cesare, il Duca Valentino, fratello di Lucrezia: un flagello di Dio per molti, ma modello del principe ideale, capace di «bellissimi inganni», per Niccolò Machiavelli.
Fatto sta, però, che calunnie e scandalo finirono per ricadere proprio sulla più innocente dei Borgia. Per screditare Papa Alessandro e il Valentino, la parte avversa sostenne che Lucrezia era amante di entrambi. «Lucrezia: figlia, moglie e nuora di Alessandro», recitava uno slogan dell’epoca. Il materiale per la «leggenda nera» era già pronto. Tanto che, quando Papa Borgia adocchiò Alfonso d’Este, signore di Ferrara, come futuro genero, questi parve intimorito dall’alone sulfureo che circondava la fanciulla. D’altra parte, persino il Papa, non certo un moralista, aveva qualche esitazione: Alfonso era noto per la sua fame continua di avventure sessuali. Il Papa avviò perciò trattative per avere garanzie che Alfonso passasse nel letto coniugale almeno la notte. «El dormire la notte con Madonna Lucrezia» era il requisito minimo. Di giorno, Alfonso poteva fare ciò che gli pareva. E lo fece, infatti, per tutti i sedici anni del suo matrimonio con Lucrezia, fino alla morte per parto di questa, a 39 anni. E Lucrezia se ne andò indossando ancora il cilicio francescano che portava sempre sotto i vestiti di velluto cremisi.