L’inquisitore di Rai2 da 20 anni fa processi senza diritto di replica

Quelli che non lo amano il più delle volte, come quando insulta i volontari esausti che da giorni aiutano i terremotati, lo chiamano «sciacallo». Tra i suoi fedelissimi l’hanno soprannominato Santorescu. Come il sanguinario dittatore romeno di cui, assicura chi lavora con lui, Michele Santoro sembra avere l’elasticità mentale e l’apertura verso chi non la pensa come lui. Ceausescu davanti al plotone d’esecuzione allestito in tutta fretta dal suo stesso esercito, cantò l’Internazionale. Santoro è riuscito a far di meglio. Un passo in più verso sinistra, dato che al tradizionale inno del Socialismo ha preferito per la sua indimenticabile esibizione canora in diretta tivù, una ben più agguerrita Bandiera Rossa.
Alla faccia della neutralità sempre sbandierata nei suoi vent’anni di dittatura video. «Comunque la pensiate - così parte la puntata - ben trovati». Massimo rispetto per chi, seduto sul divano di casa, le sue opinioni se le tiene per sé. Una furia, invece, quando in studio qualcuno si permette di non pensarla come lui. Che, nato maoista di Servire il popolo, iscritto al Partito comunista a 24 anni, da lì ben poco si è mosso. A testimoniarlo una carriera di scontri in prima serata. Samarcanda, Il rosso e il nero, Temporeale, Circus, Sciuscià, Il raggio verde, la comparsata al Rockpolitick di Adriano Celentano e oggi Annozero. Tanti nomi diversi per una stessa trasmissione, di cui è maestro indiscusso: il processo in diretta. Con tanto di condanna e, ovviamente, senza diritto di replica per l’imputato, ovviamente assente. E scelto esclusivamente tra chi sia di centrodestra o si muova da quelle parti.
O magari dalle parti della legge, come il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo morto suicida il 4 marzo 1995 nel cortile della caserma Bonsignore di Palermo. «Mi sono ucciso - lasciò scritto - per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto». Nemmeno dieci giorni prima, il 23 febbraio, a Temporeale Santoro invitava Leoluca Orlando, allora leader della Rete e sindaco di Palermo che, in diretta, accusò di mafiosità il maresciallo dei carabinieri di Terrasini («Pezzi dello Stato a Terrasini stanno dalla parte della mafia»). Santoro lo lasciò parlare. E Lombardo, assente e linciato in prima serata tivù, aspettò qualche giorno. Poi si ammazzò. Innocente.
Una lezione? Non per chi continuò a ripetere che «eliminare Santoro dalla tivù è come bruciare i libri in piazza». Tanto per dire l’opinione che ha di sé. E allora avanti con il Raggio verde dove, nel 2001, si occupa del Satyricon di Daniele Luttazzi, quello che a favor di telecamera si mangiava uno spuntino a base di m... da un elegante vassoio d’argento. Con altrettanto uso d’accetta e protagonisti assenti, l’allora molto meno noto Marco Travaglio aveva rimestato in faccende di mafia tirando in mezzo la nascita di Fininvest, il senatore Marcello Dell’Utri, i presunti rapporti della famiglia Berlusconi con Vittorio Mangano. Telefonò Silvio Berlusconi e accusò il programma di essere un «processo in diretta». Ricordando a Santoro di essere un «dipendente del servizio pubblico! Si contenga». A contenerlo ci pensò l’Authority delle comunicazioni con una multa di 40 milioni di lire per «gravi violazioni del principio del pluralismo». La Rai fece ricorso. E la multa passò a 200 milioni. Pagati comunque con il canone dei telespettatori, mica con i faraonici stipendi di Michele da Salerno.
A cui toccò, nell’arco di vent’anni, anche un po’ di esilio. E quanto lo ha fatto e lo fa ancora pesare. «Quattro anni son lunghi - si è ripresentato nel settembre 2006 con i capelli color polentina tinti dal parrucchiere di Fassino - ma alla fine ce l’abbiamo fatta». E via con la macelleria in una puntata in cui Milano, amministrata da Letizia Moratti, sindaco nemmeno a dirlo del centrodestra, assomiglia al Bronx. Se possibile ancor più degradato. Tanto che il leghista Matteo Salvini chiede di citare la Rai per danni. Danni che l’azienda dovrà pagare dopo la puntata del 31 maggio 2007 di Annozero dedicata alla pedofilia dei sacerdoti anglosassoni e subito passata all’accusa di pederastia diffusa per quelli italiani. Un cattolico si sentì offeso e querelò la Rai per 400 euro. Evidentemente simbolici. E li vinse. Di sconfitta in sconfitta, Santoro arriva alla puntata sulla morte di Eluana Englaro chiusa con una feroce vignetta di Vauro. Gasparri chiede al Parlamento un minuto di silenzio. E lo spietato pennarello rosso aggiunge: «Così si sentono meno le stronzate che dico». Non proprio il massimo in quei giorni di dramma. «Volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene dei soldi dei cittadini», la chiuse lì Gasparri.
Ancor più violento era stato l’attacco al governatore Salvatore Cuffaro nella puntata del 16 novembre 2006 dedicata alla Sicilia e al lavoro che non c’è. Dove il presidente accusò Santoro di pontificare sugli stipendi d’oro dei dirigenti regionali, guadagnando 800mila euro all’anno. In rissa, ovviamente, andò a finire l’anno scorso quando in studio c’era Vittorio Sgarbi. E dappertutto le immagini e uno scatenato Beppe Grillo che al V2-Day dava del «cancronesi» al luminare Umberto Veronesi e ironizzava sull’immobilismo del capo dello Stato, «Morfeo» Napolitano. Questa volta ad infuriarsi fu un uomo di provata fede progressista, l’allora presidente Rai Claudio Petruccioli: «A nessuno - disse -, quindi neppure a Michele Santoro, è consentito confondere la libertà del giornalista e la responsabilità del conduttore». Ma i conti da regolare a sinistra non finirono lì. È dello scorso 15 gennaio lo scontro con Lucia Annunziata che in una puntata dedicata a Gaza e a Israele, si alzò e se ne andò. Esasperata dalla faziosità. «Io sono un ammiratore di Santoro - il sigillo di Bruno Vespa -. Ma l’equilibrio non è la sua virtù principale». Lui però è lì da vent’anni. E le sue cadute son sempre gli altri a pagarle.