L’Inquisizione dei giornalisti, un’arena per faide politiche

I provvedimenti disciplinari dell’Ordine? Un tribunale senza legge certa
dove si consumano vendette. Di norma a danno delle voci di centrodestra

Per formazione, i giornalisti sono abituati a pensare che la loro sia un’attività libera. Rispondono alla propria coscienza e hanno due fari: il primo è l’articolo 21 della Costituzione - «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero» - che li conferma nella loro idea di esprimersi come più gli piace. L’altro è la legge penale che li ammonisce invece a non superare limiti precisi.
Purtroppo per loro, però, è nato nel 1963 l’Ordine dei giornalisti che ha introdotto un elemento di confusione in un quadro trasparente. Cos’è l’Ordine? Dopo quasi mezzo secolo di esistenza, le somme che se ne tirano sono meschine. Al dunque, è una macchina che succhia soldi agli iscritti con le quote annuali e svolge una sola funzione di rilievo: organizzare gli esami di accesso alla professione.
Questo ente quasi inutile si arroga però anche il diritto di giudicare la moralità dei giornalisti. Ha eretto al suo interno una specie di Inquisizione per giudicare gli iscritti che «si rendono colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale o di fatti che compromettono la propria reputazione o la dignità dell’Ordine». Ossia, ha introdotto un principio estraneo a quello costituzionale della libertà di pensiero e un limite ulteriore a quello ovvio del rispetto della legge penale. Quali siano però i «fatti non conformi» non è scritto da nessuna parte. L’intollerabile conseguenza è che tutto è lasciato al capriccio dei componenti pro tempore del Consiglio dell’Ordine, l’Inquisizione di cui sopra. Mancando un criterio oggettivo, le procedure punitive sono aperte a capocchia: quando i consiglieri se ne ricordano o hanno un interesse partigiano a farlo. Il potere disciplinare dell’Ordine si è dunque trasformato in un’arena in cui i giornalisti consumano le loro faide.
La maggioranza dei consiglieri è, da anni, di sinistra. Gli imputati sono prevalentemente del centrodestra. In questo scenario, si inserisce il processo a Vittorio Feltri. Il direttore editoriale del Giornale era già stato sottoposto a giudizio una decina di anni fa per la pubblicazione (su Libero) di alcune foto di minori vittime di pedofili. L’Ordine della Lombardia gli comminò la massima pena: la radiazione. In appello, l’Ordine nazionale cassò la sentenza, trasformandola nella più mite censura. Della stessa «colpa» si era macchiato anche Gad Lerner, giornalista progressista, che dirigeva il Tg1. L’Ordine non fece nulla e si accontentò delle dimissioni dal Tg. Due pesi e due misure.
Attualmente, Feltri è accusato di un triplice «delitto» commesso sulle pagine di questo giornale: il caso Boffo, un’allusione a festini a luci rosse tra seguaci di Gianfranco Fini e avere fatto firmare Renato Farina, nonostante la radiazione del deputato-giornalista. Tre spade di Damocle, anche sei ieri il direttore è stato sanzionato solo per il caso Boffo. Il solito Consiglio lombardo lo ha condannato in marzo a sei mesi di sospensione. Ieri, quello nazionale l’ha ridotta a tre mesi. Che sono sempre tanti e odiosi per diversi motivi. Il principale è che non si capisce quale idoneità tecnica abbiano i giudici improvvisati a infliggere condanne. Sono un’accozzaglia di oltre cento colleghi, molti professionalmente oscuri e della cui personale moralità non sappiamo nulla. Tra loro - presumibilmente - nessuno ha mai diretto un grande giornale e tutti ne ignorano problemi e complessità. I rovelli di ciò che è pubblicabile o no, non li hanno mai sfiorati. Come possono ergersi a giudici? Non possono. Le loro sentenze sono perciò dettate dalla personale simpatia o antipatia per il giornalismo di Feltri o, più probabilmente, dallo schieramento cui appartengono. Dunque, decisioni farlocche come quelle delle toghe politicizzate che rappresentano la vergogna della giustizia. Ma con una differenza che accentua l’anomalia. I giudici veri, anche i peggiori, sono autorizzati dalla legge e devono fare riferimento a norme precise. Gli inquisitori dell’Ordine sono invece autoproclamati e applicano regole di loro invenzione, soggette agli umori, alle convinzioni politiche, nel migliore dei casi giornalistiche. Fuffa, in netto contrasto con la libertà di pensiero e di parola.
Il processo al Giornale - di cui Feltri è il capro espiatorio - è scaturito da un esposto all’Ordine dell’Associazione Pannunzio, che paradossalmente si definisce «per la libertà di opinione». Il gruppo, vicino ai radicali legati a doppio filo col Pd, ha tra i massimi animatori giornalisti. Questo conferma lo spirito di faida dell’iniziativa. A spingerli, l’indignazione per la pubblicazione di una vicenda su Dino Boffo, l’ex direttore dell’Avvenire. Le notizie erano vere. Alcuni particolari - stando allo stesso Feltri - no. Il Giornale, appena lo ha saputo, ne ha dato atto. Boffo non si è rivolto alla giustizia. La faccenda era chiusa. Perché l’Ordine ha voluto impicciarsene? Per strafare, mettendosi indebitamente di traverso tra i due unici imperativi del giornalismo: la libertà costituzionale di esprimere il pensiero e i limiti posti dalla norma penale che, nel caso Boffo, sono stati rispettati.
La pretestuosità dell’intervento dell’Ordine è ancora più evidente negli altri due capi d’accusa. I festini degli amici di Fini sono una notizia vera, già apparsa sulla stampa. Il presidente della Camera se ne è egualmente adontato e ha querelato. Poiché la palla era passata ai tribunali, cosa ha spinto l’Ordine a invadere la competenza delle toghe? L’unica ipotesi è il malanimo. E detto per inciso, poiché Fini è giornalista, perché invece l’Ordine non schiera contro di lui il plotone di esecuzione per la casa di Montecarlo? Perché questi zelantoni non gli chiedono le spiegazioni che finora non ha dato? Non ha forse compromesso con gli atti e con i silenzi «il decoro e la dignità» della professione? Ancora due pesi e due misure.
Per Farina, infine, siamo all’assurdo. È radiato, d’accordo. Ma l’Ordine - per fortuna - non può condannarlo al silenzio. È deputato, sa scrivere, piace. Può, dunque, intervenire e firmare quanto vuole. O forse per lui, signori inquisitori, non vale l’articolo 21? Una norma che, applicata davvero, dovrebbe incenerirvi all’istante.