L’insana nostalgia del «buon tempo borbonico»

Ritengo significativo che i miei articoli sulla Spedizione dei Mille abbiano avuto due reazioni così diverse come quelle che si leggono nelle lettere qui sopra. Da una parte uno studioso come Pier Luigi Gardella si complimenta, dall’altra il lettore Carmelo Federico è «sbalordito» per come ho affrontato l’argomento. Ringrazio il primo e rispondo al secondo.
Dunque, egregio signor Federico, lei si sente quasi offeso perché, come le hanno insegnato a scuola, io avrei scritto che Garibaldi era un eroe, che i giovani della Spedizione volevano fare l’Italia unita, che Cavour era un benefattore disinteressato e i Savoia dei galantuomini. Vede, un antico proverbio dice che «non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire». Venendo alla lettura, si potrebbe dire che «non c’è peggior lettore di chi non vuole leggere».
Ma dove le ha lette tutte quelle cose? L’unico punto che in effetti appare nei miei due articoli sui Mille è che tutti quei giovani erano idealisti che volevano fare l’Italia unita.
A lei, però, non garba. Secondo il suo punto di vista, quei giovani volontari erano dei mercenari, così come non esita a definire mercenario lo stesso Garibaldi. Io posso capire che esistano mille diversi punti di vista su un fatto storico, e questo è lecito e sacrosanto. Ma definire Garibaldi e i suoi Mille dei mercenari, non solo è storicamente oltraggioso, ma è anche indice di una palese ignoranza dei fatti di cui si parla. Garibaldi non è chiamato l’Eroe dei due mondi perché nel corso della sua vita sarebbe riuscito a imbrogliare il prossimo di qua e di là dell’Atlantico, come a lei piace credere. La vita di quest’uomo è tutta un esempio di disinteresse personale e di sacrificio dedicati a un ideale patriottico che in quel periodo era nel cuore di tanti italiani. La gente, nell’Ottocento, era stanca di vedersi dominare a turno da spagnoli, francesi e austriaci. E tutti sapevano che non potevano alzare la testa perché il territorio italiano era troppo diviso in stati e staterelli che non avevano alcuna intenzione di unificarsi. Nonostante da qualche tempo circolasse il progetto di costituire una Lega degli stati italiani, ma senza alcun esito. I Savoia hanno preso la palla al balzo e alla fine sono riusciti, pur inseguendo un palese interesse personale, a mettere insieme l’Italia.
Ma dove l’ha letto che io avrei definito i Savoia dei «galantuomini»? Anzi, ho scritto che hanno sequestrato le carabine nuove che Garibaldi e i suoi erano riusciti ad acquistare. E non mi pare che questo sia un gesto da «galantuomini» considerando che quei ragazzi andavano a scontrarsi con un esercito regolare e ben armato.
È chiaro che la Spedizione dei Mille è stata preparata. Ed è altrettanto chiaro che i due vapori «Piemonte» e «Lombardo» non vennero rubati, ma la loro cessione venne decisa nel corso di una riunione segreta in terra piemontese tra i rappresentanti dei Savoia, Garibaldi e l’armatore genovese Raffaele Rubattino. Il problema vero è che a lei la Spedizione dei Mille non va giù perché la considera il punto di partenza dell’invasione del Sud. Un’invasione i cui frutti non sono stati all’altezza delle aspettative, vista la rapacità dei Savoia. A questo proposito basterebbe citare che la prima cosa che fecero gli uomini di Cavour fu di togliere il portofranco a Napoli, motivo di ingenti entrate, per trasferirlo a Livorno. Ma gli esempi sarebbero numerosi.
Lei mi suggerisce di leggere libri diversi. Già che ci sono ne suggerisco io due a lei. Il primo è «Il Regno delle Due Sicilie, tutta la verità» del colonnello Gustavo Rinaldi, Controcorrente, 446 pagine, 20,66 euro. In questo volume vengono elencate tutte le nefandezze compiute dai Savoia nel Meridione d’Italia dal 1860 in poi.
Il secondo libro è «I panni sporchi dei Mille, L’invasione del Regno delle Due Sicilie nelle testimonianze di Giuseppe La Farina, Carlo Pellion di Persano e Pier Carlo Boggio», di Angela Pellicciari, Liberal Edizioni, 206 pagine, 15 euro. In questo caso la storica Pellicciari se la prende con tutte le presunte soverchierie dei Mille, a partire dai danni che avrebbero procurato alla Chiesa cattolica. Io ho letto anche questi due libri, però continuo a difendere la Spedizione dei Mille per l’enorme carica di idealismo patriottico, detto nel senso migliore del termine, di cui era portatrice in quel particolare momento della storia d’Italia. E questa non è soltanto un’opinione personale, ma anche un dato di fatto storico. Se lei non riesce a comprendere questa verità oppure non le piace perché ha nostalgia del buon tempo borbonico, sono affari suoi. Vuol dire che ognuno di noi si terrà le proprie, legittime, convinzioni.