L’insopportabile linguaggio dei «friggitori d’aria»

Caro Granzotto, l’aggettivo «esaustivo» viene continuamente usato dai giornalisti e conduttori televisivi e da chiunque altro si rivolga al pubblico con linguaggio politico. Se non vado errato il termine «esaustivo» è di derivazione anglosassone e il suo uso, al posto dell’italianissimo «esauriente» che oltretutto suona meglio, mi sembra un inutile snobismo. Vorrei conoscere il suo autorevole parere.


Salvo che per quell’«autorevole», che è davvero di troppo, lei ha ragione da vendere, caro Mattei. I friggitori d’aria hanno la cotta facile per le parole. «Esaustivo» è una di queste, inopinatamente preferita a «esauriente», «completo» o al perfetto «compiuto». Pur appartenendo al vocabolario italiano (ma quello della Crusca, che dei dizionari è il babbo, non lo riporta e se è per questo nemmeno il Tommaseo e il Rigutini-Fanfani) è sempre stata voce dotta, specialistica. Una sua eco, ad esempio, si avverte nel burocratico «esaurire una pratica» nel senso di portarla a compimento. Tuttavia non da lì, dal linguaggio dotto, l’hanno cavata e poi sbandierata le scimmie scriventi e parlanti, ma dalla forma inglese «exhaustive». Ed è tutto un grandinare di «percorso esaustivo», «testo esaustivo», «quadro esaustivo», «annuncio esaustivo», «sondaggio esaustivo», «spiegazione esaustiva» e via esaustivando. Che poi, a rigor di bazzica, «esaustivo» e «esauriente» non sarebbero nemmeno sinonimi. Ma cosa possiamo fare, caro Mattei, per opporci all’incanaglirsi del linguaggio? Per quanto mi riguarda, tolgo il saluto a chi mi spara là un «esaustivo» o un «vissuto» o un «territorio» e son sempre lì lì per sfidare a duello quelli che se ne escono con, cito a caso, «dinamica della situazione», «interagire», «momento di confronto», «mettersi in gioco» o «osservazionale». Per un «osservazionale» sono disposto a rischiare la galera.
Viva Berlusconi. Tre volte evviva e un hurrà. Nel suo discorso alla Camera, quello dell’altro ieri, non ha pronunciato un solo termine, una sola espressione in politichese, sociologese o fregnaccese. Tremila 275 parole - le ho contate, cioè le ho fatte contare dal computer - e non una parolona, non un vocabolo alla moda o un inglesismo; nessun «trend» e nessuna «mission», nessun «shadow cabinet», «background», «target», «we can», «dinamica occupazionale», «confronto» e «confrontarsi»; nessun «nello specifico», nessun «quant’altro» e nessun «percorso». Nessuna, insomma, espressione erudita, gergale, barocca o di prestito anglosassone con le quali quanti mancano di idee rimpannucciano il proprio lessico, cercando di mettere una pezza a colori al vuoto pneumatico che hanno nella capoccia. Non per maramaldeggiare, ma lo sa, caro Mattei, che un ministro del precedente governo - Alfonso Pecoraro Scanio, «nello specifico» - ebbe il coraggio di definire i pedoni «mobilità non automobilistiche soccombenti»? E poi, il Pecoraro, si sorprende d’esser stato trombato?