L’«insopportabile» vita di trionfi della cantante triste

Dischi, abiti, foto, film: a Parigi una grande mostra ripercorre la carriera della diva amatissima morta suicida nel 1987

nostro inviato a Parigi
La piazza che la ricorda, Place Dalida, è qui nel cuore di Montmartre, all’incrocio fra l’allée des Brouillards e la rue de l’Abreuvoir, poco distante dalla casa di rue d’Orchampt in cui una sera di vent’anni fa decise di andarsene per sempre, una manciata di barbiturici, un semplice biglietto: «La vita mi è insopportabile, scusatemi». Un busto in bronzo dello scultore Alain Aslan la sovrasta, statistiche ufficiose sostengono che abbia lo stesso numero di visitatori della chiesa del Sacro Cuore e la cosa in sé non deve sorprendere. Il sondaggio Ifop del Duemila sulle due artiste che in Francia hanno rappresentato il XX secolo vede il nome di Edith Piaf e il suo, quello Sofre di quest’anno, relativo agli avvenimenti che più sono rimasti impressi nela memoria dei francesi fra il 1968 e il 1988, vede il ritiro solitario di de Gaulle, il suicidio nella solitudine di Dalida.
Nella grande Sala Saint-Jean dell’Hôtel de Ville, la mostra Dalida, une vie... allinea i trofei e i record di una carriera d’eccezione: settanta dischi d’oro, il primo disco di platino e il primo di diamante, 120 milioni di copie vendute, la cantante più pagata di tutto lo show biz... Su uno schermo gigantesco si alternano le registrazioni dei suoi spettacoli e delle sue canzoni, cabine aperte, insonorizzate, permettono un karaoke dei suoi successi più famosi, c’è spazio per i costumi di scena e gli abiti, gli esordi cinematografici e la consacrazione come attrice drammatica nel Sesto giorno di Youssef Chanine.
A fianco del mito l’esposizione non nasconde la realtà, la piccola Jolanda Gigliotti, italiana nata al Cairo, nel popolare quartiere di Choubra, nipote di un sarto, figlia di un violinista, studi da dattilografa, i primi concorsi di bellezza, il titolo di Miss Egitto vinto indossando un bikini panterato, il debutto sullo schermo con il biblico nome d’arte di Dalila su cui si appuntano le ironie dei critici egiziani: «Dove vuole andare, senza Sansone?»...
Eppure, quando ventunenne approda a Parigi per tentare una carriera a cui in fondo non ha mai pensato, quella di cantante, il successo arriva subito, il tempo di un paio di dischi, e da allora non l’abbandonerà più, l’unica a cui i francesi abbiano concesso di cantare senza arrotare la erre... Nei trent’anni a seguire, come una salamandra Dalida attraversa i generi musicali che si susseguono, da ciascuno prende qualcosa, su ognuno lascia un’impronta. Ha una capacità di lavoro e di tenuta impressionante, la aiutano la facilità nelle lingue, retaggio di un’infanzia e di una giovinezza cariota meticcia negli incontri e nell’apprendistato, la voglia di fare sempre meglio, il non tirarsi mai indietro.
Le immagini raccontano una metamorfosi nella continuità. Sullo sfondo c’è sempre la stessa bella ragazza, dai polsi e dalle caviglie sottili, lunghe mani nervose, un’incredibile massa di capelli, che via via si raffina e si affina, matura e si conquista uno stile, ma senza mai snaturarsi, sempre riconoscibile, nel timbro della voce come nella scelta di un vestito. È una sorta di radar interno che nelle scelte artistiche non l’abbandona mai, e che però risulta inservibile o fuori uso in quelle private, intime. La vita sentimentale di Dalida è un susseguirsi di occasioni sbagliate e di occasioni mancate, sempre e comunque con un elemento tragico a renderle ancora più disperate.
Il primo marito si chiama Lucien Morisse, è il suo pigmalione, l’uomo che l’ha lanciata. Si sposano nell’aprile del 1961, lui per lei ha divorziato, lei per lui ha accettato un ménage in cui a lungo è stata niente più che «l’amante». Un mese dopo, al Festival di Cannes, Dalida incontra un pittore più giovane di lei, di poco talento ma di molto fascino, Jean Sobiesky, se ne innamora, manda all’aria il matrimonio, per la prima volta, e sarà anche l’ultima, si ritrova l’opinione pubblica contraria. Alla sua rentrée all’Olympia, nel dicembre dello stesso anno, in camerino le arrivano corone mortuarie invece che mazzi di fiori... Eppure, come scriverà Claude Serraute nel recensire il giorno dopo lo spettacolo, cantando lei trionfa ancora una volta: «Ha rigirato i duemila spettatori come fossero tante crêpes sulle poltrone».
Lucien Norisse si ucciderà nel 1970, ma intanto nella vita di Dalida è già entrato il suicidio di Luigi Tenco, nel gennaio del 1967, e il suo tentato suicidio nemmeno un mese dopo. Anche Tenco è più giovane, così come sarà per Richard Chanfray, antiquario parigino che nei giorni dispari sostiene di essere figlio di Papillon, il celebre forzato evaso dalla Caienna le cui memorie sono state un best-seller alla fine degli anni Sessanta, e in quelli pari la reincarnazione del settecentesco conte di Saint-Germain, di saper tramutare il piombo in oro e di avere circa mille anni... «Non dimostra affatto la sua età» replica lei con un certo umorismo, ma se Sabiesky era poco più di un gigolo e Tenco un piccolo poeta fragile e depresso, Chanfray è semplicemente un imbroglione. Si ammazzerà anche lui, nel 1983, ma intanto, e per quasi tutto il decennio dei Settanta, i due hanno fatto coppia e insieme hanno persino inciso un disco...
Negli anni Settanta, Dalida è una splendida quarantenne che non dimostra la sua età, ma la teme. Ha inciso Il venait d’avoir 18 ans, che è un po’ la sua autobiografia, il tempo che passa, gli amori giovani che non durano e la lasciano ancora più sola. È rimasta incinta di uno studente napoletano, ha preferito abortire, sa che non potrà più avere figli, si circonda di libri di psicanalisi, è attirata dal buddismo, va in India. Più non riesce a mettere insieme la sua vita, più il successo non la vuole abbandonare. È una cantante popolare, ma piace agli intellettuali, è stata la madrina del 18° reggimento paracadutisti d’Algeria, ma è anche l’ospite d’onore di François Mitterrand ai festeggiamenti per i 25 anni di vita parlamentare di quest’ultimo, allora segretario del Partito socialista. Quando incide Gigi l’amoroso, una sorta di operina-rock che dura sette minuti e mezzo, i giornali satirici ribattezzeranno Mitterrand, intanto salito all’Eliseo come presidente della Repubblica, Mimi l’amoroso...
Italiana ed egiziana, francese e mediorientale, l’anno prima di togliersi la vita Dalida cerca un ritorno al passato come soluzione per esorcizzare un futuro di cui ha ormai paura. Youssef Chanine le offre il ruolo cinematografico che ha sempre sognato, senza paillettes, senza lustrini, senza trucco, i lunghi capelli coperti da un velo, una donna sola, vedova e fiera, che non può più amare, che vorrebbe ancora amare. Il film si chiama Il sesto giorno, dall’omonimo romanzo di Andrée Chedid... È un trionfo di critica che si accompagna al trionfo di pubblico che la accoglie a Los Angeles nelle vesti consuete di regina della scena musicale. È l’una e l’altra cosa, ma è l’interpretazione nella vita di tutti i giorni che non le piace più... Dirà di lei Charles Aznavour che «con la Piaf è stata la più grande interprete della canzone francese, un’amica e una donna eccezionale». Dirà di lei Brigitte Bardot: «In qualche modo era la mia sorella gemella. La piango e la piangerò sempre perché era e resterà unica». Darla Diladada. Dalida.