L’insospettabile Abdul, figlio di un banchiere

Abdul Farouk Abdulmutallab era lì, infilato in quella lunghissima lista nera. Da due anni Umar si era conquistato un posto nell’elenco dei 550mila sospetti terroristi compilata dal Centro nazionale Antiterrorismo statunitense, ma nessuno gli aveva mai negato il permesso di volare. Nessuno lo aveva ritenuto capace di fare del male. Il nigeriano di 23 anni che ha cercato di far esplodere una bomba in volo su un aereo della Delta Airlines era già stato segnalato. E come ha fatto allora a imbarcarsi e a volare senza problemi, senza che nessuno lo bloccasse? In effetti non a tutte le persone segnalate viene negata l’autorizzazione al volo. Umar probabilmente non era considerato così pericoloso. L’uomo si era imbarcato su un aereo della Northwest Airlines in partenza dalla Nigeria con un visto valido di ingresso negli Stati Uniti. La compagnia aerea aveva trasmesso alla autorità federali la lista dei passeggeri con i loro dati personali tra cui quelle dell’attentatore ricevendo il via libera per il decollo. Per lui insomma era filato tutto liscio.
Un insospettabile Abdul, un terrorista improbabile. Martedì scorso aveva festeggiato il suo compleanno: 23 candeline, il giorno di Natale si era imbarcato a Lagos per Amsterdam, portandosi dietro quel sogno distorto di distruggere, di fare il terrorista. Si cerca nella vita di Abdul e qualcosa fa paura, inquieta più di tutto: si vede solo una vita normale. Normalissima: un’ottima famiglia alle spalle, suo padre è l’ex presidente della United bank of Africa e della First Bank in Nigeria, una carriera scolastica brillante, l’università a Londra, iscritto alla prestigiosa facoltà di ingegneria del London University College. Un perfetto integrato nella società occidentale. Eppure qualcosa era cambiato. Due anni fa quel viaggio nello Yemen lo aveva profondamente cambiato. Lo aveva turbato. Anche il padre aveva notato qualcosa di strano. Lui aveva capito tutto prima degli altri.
Vedeva il figlio sempre più distante, irriconoscibile. Aveva collegato il suo viaggio, la decisione di assentarsi da Londra, alcuni discorsi fatti insieme, alcune frasi lasciate a metà. Aveva deciso di segnalare i suoi sospetti alla polizia. Era preoccupato per l’estremismo religioso del figlio. Dopo gli studi a Londra avrebbe lasciato la capitale britannica per trasferirsi prima in Egitto e poi a Dubai, tagliando i rapporti con la famiglia. Il padre era sempre più allarmato e sei mesi fa lo aveva anche segnalato all’ambasciata americana ad Abuja, la capitale nigeriana, oltre che ad agenzie di sicurezza nazionali, stando a quanto riporta il quotidiano locale «This Day». Quando ha sentito la notizia non ha avuto dubbi e ha detto sconsolato: «Sì quello è mio figlio». Al momento il padre, Umaru Mutallab sarebbe in viaggio verso la capitale Abuja dove oggi dovrebbe essere sentito dalle autorità locali. Il nome di Umar era così entrato nell’elenco dei servizi di sicurezza americani come persona con legami sospetti, ma non rientrava nella «no fly list». Anche il fratello ha reso nota la parentela con l’autore del tentato attacco terroristico del giorno di Natale: «È mio fratello», ha detto.
Ora gli inquirenti dovranno ripercorrere a ritroso la vita di Umar. A partire dalla su abitazione londinese. L’appartamento al seminterrato presso Harley Street, al centro di Londra. La polizia scientifica ieri ha fatto il primo sopralluogo. Ma non solo. La polizia è stata anche in un palazzo di Mansfield Street. Scotland Yard e gli inquirenti Usa stanno lavorando a stretto contatto. Gordon Brown intanto promette che il Regno Unito adotterà «qualsiasi iniziativa necessaria» per proteggere i passeggeri.