L’insostenibile pretesa di sentirsi superiori

Il rosso e il nero. È dai tempi di Stendhal, anzi da molto prima, che l’Italia porta nel cuore questa malattia. Non passa. È l’istinto della guerra civile. L’altro non è mai uno che la pensa in modo diverso da te. È il nemico. È un simbolo, una divisa, una maschera. Mai un uomo. Andrea Camilleri è un signore di 83 anni. Quando fa parlare il commissario Montalbano si sente quasi un Dio. Capita. Soffi dentro a un personaggio e questo prende vita. Se va bene ti regala gloria e ricchezza. Ma non cancella la rabbia, l’odio, l’astio. Camilleri va al Mamiani, lì dove ha studiato una buona fetta di intellighentia romana, e dice: quella lì, la Gelmini, di sicuro non è un essere umano. È una di quelle frasi che nessuno dovrebbe pronunciare, soprattutto i vecchi, quelli che ricordano, che bene o male dovrebbero ancora avere una memoria. È una frase carica di disprezzo. È la forma più nichilista di razzismo. L’altro non è un diverso. È nulla. È qualcosa di indefinito, di inumano. Camilleri l’ha detto e i ragazzi hanno sorriso. Applaudito. E tutto è apparso terribilmente normale.
Camilleri non è un bastardo. Se ti trovi a parlare con lui ti appare come un burbero vecchio, arguto come un siciliano colto, incazzato e disincantato come solo certi intellettuali sanno essere. Eppure l’ha detto. Ha detto della Gelmini «non è un essere umano», magari per strappare una risata, come battuta. Ma l’ha detto, senza sensi di colpa. E questo è ancora più grave. Forse vale la pena capire perché. La prima ipotesi è che Camilleri è impazzito, ma non ci sono prove che possano sostenere questa tesi. Il discorso è un po’ più complesso e viene da lontano. Tutto questo, purtroppo, ha a che fare con il dna culturale della sinistra. Non c’è nulla da fare. Non bastano i voti. Non basta la democrazia. Berlusconi non deve e non può governare. Non può governare la destra. Non possono governare quelli lì, che non recitano Dante e non leggono il Manifesto. Questo è il punto di partenza. La conseguenza è che tutte le armi sono buone per mandarli a casa: la piazza, la delegittimazione umana, la rabbia satirica e il pistolotto intellettuale. Manca la violenza, ma non è detto che prima o poi qualcuno si lasci tentare.
Alla base di questo istinto antidemocratico c’è la vecchia, berlingueriana, diversità antropologica. Con una differenza: Berlinguer si riferiva alla questione morale. Questi, che non si possono neppure definire suoi eredi, tirano in ballo la «questione umana». La differenza antropologica dei vecchi comunisti si è consumata accettando, come una disgrazia metafisica, il governo democristiano. Stavano all’opposizione con l’orgoglio, un po’ ipocrita, di chi non si sporca le mani. La nuova «questione» non tollera invece l’opposizione. Non l’accetta. La vive come un crimine contro l’umanità. La vecchia sinistra sapeva convivere con la Dc. Questa non può convivere con Berlusconi. O lui o noi. È una questione di pelle. I sacerdoti di questa religione antiberlusconiana sono gli intellettuali. Sono i più radicali, irriducibili, schifati, ortodossi. Ora vedono nelle piazze di studenti il sogno di una rivoluzione morale. Come gli studenti, anche loro, ma per ragioni biologiche, sentono di non avere futuro. Sono vecchi e sazi per la piazza. Ma sprecano parole.