L’insostenibile previdenza

Difficile, diciamo impossibile, che il governo faccia la riforma delle pensioni. Tra pochi mesi andranno a votare undici milioni di italiani e Prodi ha paura che se fanno la riforma il primo ad andare in pensione sarà lui con tutta la sua comitiva. Tutto il resto son discorsi. Ma, comunque, se i lettori hanno un po' di pazienza proviamo a capirci qualcosa.
Le posizioni all'interno del governo in materia di riforma delle pensioni sono almeno cinque. E non si differenziano tra loro per delle minuzie.
Partiamo da quella di Romano Prodi. A novembre aveva detto che la riforma si sarebbe dovuta fare introducendo incentivi (cioè qualche soldo in più per chi rimane al lavoro senza andare in pensione) e disincentivi (cioè qualche soldo in meno sulla pensione per chi ci va prima del tempo). Il ministro rifondarolo Paolo Ferrero e la sinistra hanno detto che non ci pensi neanche e Prodi si è rapidamente convertito: no ai disincentivi (che farebbero risparmiare), sì agli incentivi (che fanno spendere).
Franco Giordano e Oliviero Diliberto segretari comunisti, il primo di quelli della rifondazione il secondo di quelli italiani, hanno detto no a qualsiasi riforma, salvo qualche incentivo. Posizione chiarissima: ciò che pensiamo noi è la certezza (ideologia), quel che pensa chi dice che il sistema pensionistico è al collasso è un'opinione falsa (i numeri).
C'è poi il ministro dell'Economia che è per la politica della revisione dei coefficienti. Il coefficiente serve a stabilire a quanto deve ammontare la pensione. Potrebbe sembrare una proposta sensata se non fosse che nella legge c'è scritto che questo coefficiente si può decidere solo dopo aver «sentito» i sindacati. Il problema è che sono i sindacati a non voler sentire un bel niente e, quindi, questa strada è impercorribile. Ci sono poi Rutelli e Fassino, che sarebbero favorevoli ai disincentivi. Ma se la loro forza è quella che hanno dimostrato a Caserta la loro proposta non andrà da nessuna parte.
Infine c'è la posizione di coloro che, come Daniele Capezzone, oltre a sapere che la riforma delle pensioni va fatta, vorrebbero anche farla davvero perché sanno che andando avanti così si va allo sfascio. E sarebbero anche disposti a lasciare in vigore il famoso «scalone» previsto dalla legge Maroni che dal 2008 alza da 57 anni a 60 anni l'età minima per la pensione di anzianità. Ora, a parte coloro che fanno lavori cosiddetti usuranti cioè che hanno effetti sulla persona pur sopportabili per un tempo troppo lungo, c'è veramente chi, in Italia, con onestà intellettuale, possa dichiarare che andare in pensione a 60 anni è, oggi, stravolgere la vita dei lavoratori? Francamente ci pare una posizione insostenibile dal punto di vista degli effetti che questa norma avrebbe sull'esistenza delle persone. Ma poi una posizione può essere considerata sostenibile quando lo è realisticamente e nel caso della riforma delle pensioni non riformarle è insostenibile perché insostenibili sono i conti. Qui il discorso ragionevole dovrebbe concludersi.
Ma non è così per il governo di centrosinistra la cui posizione è stata ben sintetizzata, e con buona dose di sincerità, da Oliviero Diliberto segretario dei Comunisti italiani. In sintesi ha affermato che non capisce tutta questa fretta di metter mano alle pensioni perché questo «non fa parte del programma del governo». E poco importa se la riforma delle pensioni fa parte del programma di cui ha bisogno l'Italia per assicurare il pagamento delle pensioni ai cittadini del futuro. Questo sì che è parlare chiaro.