«L’integrazione non funziona più Guardiamo all’esperienza Usa»

«Negli Stati Uniti gli immigrati diventano americani mantenendo l’identità di origine. L’Europa punti su un’identità laica»

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Conosce bene la Francia. E gli immigrati. E la globalizzazione. Edgar Morin è uno dei maestri della sociologia moderna e del pensiero filosofico. Un osservatore attento e anticonformista, capace, come pochi, di analizzare la realtà collegandola alla storia, alla politica, all'economia. Un testimone, saggio, della nostra epoca, che in questa intervista al Giornale, analizza le origini del malessere esploso nelle periferie-ghetto di Parigi.
Professor Morin, la Francia ha sbagliato tutto in tema di integrazione?
«Non direi. E la storia ce lo dimostra. La Francia era diversa rispetto al resto d'Europa. Nel XIX secolo e per una parte del XX secolo, Italia, Spagna e Germania erano Paesi d'emigrazione, mentre la Francia a causa della bassa natalità era un Paese d'immigrazione; dunque a inizio Novecento è stata costretta a elaborare una politica d'integrazione, basata sulla facilità di naturalizzazione (chi nasceva in Francia riceveva automaticamente la nazionalità) e sui principi universali derivati dalla rivoluzione francese».
Con quali implicazioni?
«La Francia non ha fondato la propria identità sui legami di suolo e di sangue (la razza), come la Germania, bensì attraverso l'adesione a un'idea precisa di Stato. Una scuola rigorosamente laica che ha insegnato ai bambini l'idea che appartengono a una patria concreta, unica ma fondata su valori di libertà, fratellanza, uguaglianza».
Un processo facile?
«No. A Marsiglia la gente diceva agli immigrati: "Sporco italiano, tornatene nel tuo Paese", nelle miniere del nord l'ostilità contro i polacchi era enorme. La Francia è un Paese doppio: ha tradizioni xenofobe e antisemite e al contempo è progressista e universalista. Ma complessivamente la macchina dell'integrazione, perfezionata dai matrimoni misti, ha funzionato molto bene per tre quarti di secolo. Oggi un francese su tre ha origini straniere; il cus-cus ha spodestato le patatine fritte come piatto nazionale».
Che cosa è andato storto?
«Tutti gli immigrati, anche maghrebini, si sono integrati quando hanno accettato di vivere in uno Stato moderno con un un'identità laica, il che non significava, ovviamente, abbandonare la religione islamica. I problemi iniziano nella seconda metà del '900 quando l'immigrazione araba diventa di massa e con due elementi di peso: il primo, le scorie della guerra di Algeria. I francesi hanno visto persone fino a ieri colonizzate diventare pari a loro e questo ha segnato profondamente il loro spirito. In secondo luogo le ripercussioni del conflitto israelo-palestinese».
Ma le violenze di oggi non sono spiegabili con la guerra di Algeria...
«Certo, oggi l'integrazione è resa più difficile dalla disoccupazione, che colpisce molto gli immigrati e condanna i giovani a essere marginalizzati nei quartieri-ghetto alle periferie delle grandi città. Sono sottoposti a una doppia pressione: delinquenza da una parte, e islam dall'altra. Il clima sociale è difficile: la gente rifiuta di affittare camere a maghrebini, i negozianti sono sospettosi quando una persone d’origine araba paga con la carta di credito. In secondo luogo la scuola non esercita più il proprio ruolo integratore, i maestri un tempo insegnavano con molta convinzione la repubblica, il progresso, la storia di Francia. Oggi non più. La macchina dell'integrazione perde colpi».
E allora come se ne esce?
«Io penso che i princìpi di fondo siano ancora validi. Le dirò di più: penso che l'integrazione fondata su un'idea laica e non razziale, debba essere adottata a livello Ue, con qualche adeguamento Paese per Paese, per creare un'appartenenza non più solo francese o italiana ma europea».
Ma quel che accade nelle periferie francesi non è incoraggiante...
«Infatti, bisogna aver l'intelligenza di considerare altri strumenti d'integrazione. Ad esempio, oggi è sempre più influente la cultura giovanile, attraverso la quale avviene l'inserimento sociale: la musica rock, la moda, la frequentazione dei McDonald's, la tv. Allora lo Stato deve adattarsi. E valutare l'esperienza altrui. Ad esempio quella Usa, dove gli immigrati diventano americani mantenendo l'identità di origine».
Come ci riescono?
«L'America è il Paese del Sogno che consente di uscire dalla miseria e dove, lavorando duramente, puoi arricchirti. Gli Stati Uniti sono un Paese che ha unificato i costumi attraverso i media e Hollywood, la cui influenza sulla società è enorme: crea modelli di comportamento. Per concludere: l'Europa deve riferirsi al modello francese, integrandolo con alcuni aspetti di quello americano».
Marcello.foa@ilgiornale.it