L’intelligence vaticana e quel prelato al lavoro

C’è uno strano fermento in Vaticano, sotto le navate michelangiolesche monsignori e gendarmi si fermano a parlare. Cosa mai preoccuperà così tanto la vita di un benedetto Stato? Si teme per la sicurezza, per la riservatezza; non piacciono le iniziative di chi è interessato a cambiare un sistema che per anni ha funzionato e servito con fedeltà coloro a cui, in via esclusiva, deve rispondere. L’intelligence vaticana è curata da un uomo perbene, che ha ben chiaro quali sono i suoi superiori, tuttavia la pressione esercitata da un arcivescovo per sostituire al lavoro interno, una centrale di sicurezza fornita da una società esterna, sta diventando insostenibile. Chi è questo arcivescovo dallo sguardo arcigno, che mette in fermento il santo condominio? Il nome è coperto da segreto. Chi sarà? In curia, si dice, un tempo a portare lo stesso nome erano in tre. Poi uno, il più giovane, è stato «riaffidato» alla diocesi di provenienza dopo un lungo servizio offerto al successore di Pietro, presto beato; il secondo, è incardinato in una diocesi ridente che affaccia su di un lago lombardo, qualcuno dice sia parente dell’alto prelato a cui sta a cuore la sicurezza ultrateverina. I critici dicono «se così fosse si potrebbe parlare di nepotismo, anche perché appartengono entrambi allo stesso servizio», i più benevoli dicono «impossibile, sarebbe inconciliabile con lo stile professato dall’altro prelato, che si basa sulla lotta al carrierismo e sulla costante insinuazione del difetto, altrui ovviamente». Non è dato sapere quale sia la verità. Il fatto è che dal Palazzo Apostolico qualcuno, appassionato di calcio, ad un certo punto interverrà per richiamare il giocatore con le parole di un celebre allenatore. C’è da immaginarsi che l’ammonimento sarà «Zeru Tituli». Insomma anche in Vaticano vale ancora la competenza, principio inderogabile, soprattutto in un ambiente che sul segreto ha costruito la propria inviolabilità.GAL