«L’Inter è grande perché tutti sono importanti»

Mancini che dice? L’ultima volta che l’Inter fu campione d’inverno perse lo scudetto contro la Sampdoria di Mancini. C’è da sorridere o da preoccuparsi?
«Un po’ sì, fa sorridere. Ma non è detto che certe cose si ripetano spesso».
C’è stata l’Inter battuta dal Villarreal in Champions ed ora l’Inter che marcia a passo di record. Perché così diverse?
«Questa, che vince, non è un’Inter casuale. Quella col Villarreal fu una serata storta. La squadra non giocò al meglio, ma poteva starci un pari. Capita nelle coppe. Sulla carta, il Villarreal era la squadra più debole: passare il turno sembrava troppo scontato. Se fosse stato l’Arsenal, ci sarebbe stato il dispiacere e basta. Invece, così, fu una gran delusione».
Se l’è vista brutta. Moratti poteva decidere di cacciarla...
«Sì, ci poteva anche stare. Ma non è questione di Inter. È un problema generale: vai fuori dalla Champions. Conta. È stata una serata difficile».
Quest’anno vincete con grandi e piccole. Cosa vale di più?
«Per conquistare gli scudetti bisogna battere sempre le piccole e non perdere gli scontri diretti. Finora ha fatto bene quasi sempre».
Una squadra che sa gestire anche i momenti non facili...
«Ho tranquillità perché so che non c’è casualità. La squadra ha acquisito sicurezza. Poi verranno i momenti difficili: magari per la condizione atletica, o per stanchezza, oppure capiterà di giocar bene e non vincere qualche partita. Certo, se non capitasse sarebbe meglio».
Il record delle 11 vittorie consecutive, quanto pesa?
«Con i giocatori non ne abbiamo mai parlato, credo che a tutti interessi l’obbiettivo finale: che non è il record. Poi se vinci lo scudetto e 15 partite di fila, tanto meglio».
Avete un solo obbiettivo?
«La Champions ha un fascino straordinario, ancora più del campionato, ma ti giochi sempre tutto in due partite. Resta un terno al lotto. Ve lo dico subito: attenti al Valencia. Al completo è molto forte, non sarà semplice».
A chi darebbe l’oscar in questa Inter?
«Difficile darlo a uno solo, sarebbe riduttivo: puoi pensare Materazzi a cui il mondiale ha dato una forza enorme o Ibra, Vieira o Maicon, Stankovic, Cambiasso, Zanetti. È tutta la squadra che merita l’oscar: per quello che ha fatto».
Allora ci dica la sorpresa?
«Parlerei di Maicon. Sono andato spesso a vederlo quando giocava a Montecarlo: mi faceva una grande impressione. Credevo avesse più difficoltà ad ambientarsi. Invece è migliorato di partita in partita, è difficile superarlo e la squadra lo ha aiutato. Poi è chiaro, penso alle qualità di Ibra, a quel Vieira eccezionale, a Crespo che fa gol pesanti».
E Adriano che segna e piange?
«È stato lo sfogo per quello che sta passando. Per lui il gol dovrebbe essere normalità. Invece è diventato una situazione anormale. Spero gli serva. Come quando regali una moneta a un poverello: la usa per la cosa migliore. Spero che Adriano ne faccia l’uso migliore».
Un anno fa sperava di avere, oggi, un Adriano migliorato...
«Invece le cose non sono andate bene. Ecco perché spero che questo gol diventi importante. Ora dipende solo da lui. Gli altri fanno di tutto per aiutarlo».
Moratti vorrebbe Figo in campo più spesso. E Figo ha il muso lungo...
«Figo piace a Moratti, ma pure a me. Purtroppo l’età e il tempo passano per tutti. A 34 anni non puoi giocare ogni partita. A me interessa che, quando entra, faccia la differenza. Lo capisco, non è così semplice accettare la panchina».
Parla per esperienza vissuta?
«Esatto. Con Eriksson ho lavorato 9 anni, l’ho sempre stimato. Nell’ultimo anno alla Lazio mi ha mandato spesso in tribuna. Ed ero arrabbiatissimo. Eppure nelle ultime 6 partite scudetto mi ha fatto giocare ed ho fatto la differenza. Potevo essere decisivo per mezz’ora: tanto bastava».
Se dovesse attribuirsi un merito: Mancini ha inciso più sul gioco o sulla mentalità?
«Alla fine, se tutto andrà bene, mi darò i meriti. Per ora ho cercato di far al meglio il mio lavoro, anche quando le cose non andavano. Pur sapendo che il calcio non è una scienza esatta. L’allenatore può incidere su tutto. Credo di esser riuscito a dare una mentalità: giocare sempre per vincere. Ho cercato di coinvolgere tutti i giocatori, perché pure quelli in panchina si sentano importanti».
Quest’anno, nei cambi, ci prende di più. Come mai?
«Non c’entra il prenderci. Quando inizi a lavorare con una squadra, pensi in un modo. Poi, conoscendo tutti, ne capisci di più. Quello che pensavi prima poteva essere sbagliato. Ed ora trovo la soluzione più facilmente».
Oggi la sua filosofia bada molto al concreto...
«Si cerca di migliorare. Contro il Villarreal pensavo fosse necessario marcare stretto Riquelme, il miglior giocatore. Non l’ho fatto e mi sono pentito. Un giocatore importante va sempre limitato. E ora lo faccio, pur sapendo di avere una squadra forte. Da qui la marcatura su Pirlo nel derby o quella posizione di Solari contro il Palermo».
Infastidito dalle gelosie nei confronti dell’Inter?
«Dal primo giorno ho pensato che certe cose erano fatte o dette per crearci problemi. Lo penso ancora. Nessuna partita è facile in un campionato. Anzi, quest’anno le squadre deboli mi sembrano più toste».
Un voto alla squadra?
«Non un voto, piuttosto un giudizio: nei primi sei mesi è migliorata costantemente. Faccio i complimenti. Ma ricordiamoci che sarà ancora dura».
Che ne dice di un difensore eletto emblema del calcio italiano?
«Cannavaro è stato straordinario nel mondiale. Non potendo premiare Totti, andava scelto uno fra Cannavaro, Buffon e Materazzi. I grandi attaccanti sono andati così e così. Del resto, per secoli, il calcio italiano è stato marchiato come difensivista. Gente come Maldini o Baresi non è mai stata premiata. Giusto sia andata così».
Lei è l’unico allenatore delle Inter di Moratti che, a Natale, non ha ancora un contratto per l’anno prossimo...
«Vero, ma è pur vero che c’era chi andava via dopo due anni e consumava il contratto stando a casa. Non ne sarei capace: non vorrei star fermo. E allora mi considero più fortunato. Una cosa bilancia l’altra».
Ora Moratti è più tranquillo?
«Quando uno vince sempre è più difficile giudicare. Ma certo è più tranquillo. Anche lui ha capito che siamo migliorati».
Questi sei mesi sono stati una rivincita nei confronti dell’idea Capello?
«Boh! Ci sono allenatori che rischiano l’esonero, eppoi stanno anni e anni e vincono. È successo. Ci vuole un po’ di fortuna. Prendo questa storia come una strizzata d’occhio della buonasorte».
Cosa pensa del calcio in Italia?
«Ha toccato il fondo l’anno scorso. Chi comanda adesso mi sembra abbia sani principi, speriamo ci dia regole giuste. Ho provato una grande delusione. Non si può andare allo stadio sapendo il risultato. Io non ci sarei andato più. E credo che il calo d’interesse sia dovuto anche a questo, non per colpa di tv, per i prezzi alti o perché gli stadi fanno schifo».
Mancini, continuerà ad allenare l’Inter?
«Credo di aver già avuto più fortuna rispetto ad altri. Non mi pongo il problema, non conto balle, mi interessa solo vincere. Poi le cose si mettono a posto da sole».
Le piacerebbe guidare la nazionale?
«Per ora no, un giorno magari. Per il momento preferisco stare sul campo tutti i giorni. Poi, invecchiando...».