L’Inter si autoaffonda nel Porto delle nebbie

Il centrocampo soffre di fronte ai lusitani, Cruz pasticcione in attacco. Cambiasso il solito polmone

Riccardo Signori

nostro inviato a Oporto

L’Inter si autoaffonda. Non l’ha ubriacata il Porto, inteso come vino, e nemmeno quello inteso come squadra, piuttosto il «fai da te» esasperato di una serata in cui la squadra di Mancini ne è uscita bagnata dall’acqua e ammaccata nell’autostima. Due autogol sono stati la condanna, quel modulo ad una punta, inventato dal tecnico per l’occasione, la ciliegina sulla torta confezionata per render felici i portoghesi e restituire loro la speranza di non mollare con tanto antcipo la Champions. Ora tutto, o quasi, torna in gioco anche per i nerazzurri: serviranno due successi nei silenzi di San Siro e soprattutto servirà ripescare la buona lena di attaccanti e centrocampisti. L’Inter ha perso senza Adriano (ed anche senza Moratti rimasto a Milano, magari per silenziosa protesta) ma ha perso anche ripescando il suo bomberone dalla panchina. Se la difesa ha subito due reti chiamate dallo stellone contrario, è stata più inquietante la pochezza di gioco e la scarna efficacia offensiva.
L’idea della punta unica affoga nel primo tempo non tanto per i due gol segnati dal Porto, quanto per incapacità interpretativa della squadra: Cruz conosce bene la parte, gli altri molto meno. Del resto era la prima volta, in assoluto, che Mancini faceva partire la squadra con questo modulo. Visto il Porto, un’idea che ci poteva stare anche se, contro una difesa così morbida, due punte di ruolo potrebbero far più danni. Ma deciso che Adriano non era presentabile, l’unica alternativa stava nelle follie di Recoba. Aggiungete l’idea fissa di far giocare insieme Pizarro e Veron, con Cambiasso più indietro a sostenere la difesa, ed ecco il pacco regalo.
Il Porto si è presentato in assetto da conquista: quattro attaccanti schierati da un lato all’altro del fronte decisi a mettere il mal di testa agli avversari, due centrocampisti a ballare in mezzo e quattro difensori preoccupati soltanto dall’ancheggiare di Figo e dall’infilarsi felino di Cruz. Felino certo, ma con unghie spuntate. Ed è stata questa la vera condanna nerazzurra: a fronte di un gioco sbandato nelle sue linee essenziali, in cui Veron e Pizarro non sono mai riusciti a trovare armonia e intesa, l’Inter si è mangiata nel giro di venti minuti quel paio di occasioni. Invece Materazzi (colpo di testa) e soprattutto Cruz e Solari (tiri maldestri) hanno mandato all’aria la buona stella che, poi, si è rivoltata contro lasciando infilare al Porto, nel giro di un quarto d’ora, la doppietta. Due autogol sono stati beffa ma anche castigo per il farfugliante giocare nerazzurro: un lungo cross di Jorginho è finito sul polpaccio di Materazzi eppoi in rete. Una punizione di Mc Carthy, rimbalzata dalla barriera, è finita di nuovo sul piede dell’attaccante che stavolta ha trovato una gamba di Veron a deviare il pallone del tanto bastante al raddoppio.
Brutto colpo, soprattutto per una squadra che non ha saputo mai aumentare la velocità di gioco e sfruttare lavoro sulle fasce: Solari è stato imbarazzante, Figo insignificante. A quel punto Mancini ha cominciato a rimodellare la squadra. La ripresa è stata più invitante. Nel giro di venti minuti si è passati dalla punta unica alle tre punte, con tanti saluti a Pizarro (entra Recoba) e Solari (riecco Adriano). Prima di andarsene Solari s’è fatto deviare un tiro gol, mentre Cambiasso e Figo (palo) hanno creato sussulti che non si sono tradotti in rete. E così fino alla fine. Con Adriano pronto a girare al largo dall’area di rigore. Serve rimedio.