L’Inter si gioca un altro match-ball Mancini la carica con la sua rabbia

nostro inviato ad Appiano

Nervi tesi come ai bei tempi. L’Inter si è calata nell’inferno dei suoi tormenti: le bizze di Adriano, le critiche, il primo appuntamento scudetto mancato, il giudice sportivo che si è trasformato in esperto di simulazione. Moratti che strilla, Mancini che va a ripescare tutto il campionario dei suoi alibi: stampa brutta e cattiva, che crea ad arte polemiche scatenate solo per mettere in difficoltà l’Inter, giudizi assurdi anche nella giustizia sportiva. Adriano lo fa arrabbiare, ma lui non risponde oltre. «Sennò ci fate su gli articoli. Adriano è un problema mio». Sottinteso: bisogna rimettergli la testa a posto. E magari evitare che si trascini qualcuno dietro. Notata la scadente forma di Maicon negli ultimi tempi ed anche la annacquata sorveglianza nerazzurra. Ieri ad Appiano aria frizzante, salvo la calura estiva. Moratti non ha perso la rabbia per le decisioni del giudice, Mancini ha messo i guantoni e si è posto in guardia. La sconfitta con la Roma è stata terribilmente indigesta. Il presidente non ha gradito e il tecnico ha ripetuto concetti che vanno in antitesi: «Non era una partita decisiva, piuttosto l’occasione per festeggiare tutti insieme a San Siro. Ci siamo rimasti male, perché non ci siamo riusciti. Ma non c’era nulla di decisivo». Perso il primo match ball, oggi ritenta con il secondo a Siena.
Bene, stia tranquilla la gente nerazzurra: se la squadra avrà addosso la stessa tensione di Mancini, l’identica cattiveria agonistica, stavolta non dovrà soffrire nemmeno nel primo tempo. In fondo è questo l’ultimo difetto interista: regalare un tempo agli avversari, per poi svegliarsi nella ripresa. Strategia che negli ultimi tempi ha portato risultati grami e qualche grattacapo di troppo. Vero. Però Mancini cerca altri alibi, altri nemici, anzi i soliti. «Sono sempre i giornalisti che creano ad arte motivi di polemica. Come il mito dei 100 punti. È importante vincere lo scudetto, che poi siano 80 o 90 poco conta. Quando si parla di Inter ci sono sempre pregiudizi da parte di giornalisti schierati da una parte o dall’altra, e si cerca il modo per cui l’Inter ci debba rimettere. Una stagione come questa è irripetibile, i tifosi devono essere felici: abbiamo perso una gara che non conta nulla ai fini della classifica ed è stata paragonata addirittura al 5 maggio».
Comunque Mancini ha trovato il modo per sollevare polverone, per scatenare qualche antipatia in più e ritrovarsi con qualche amico in meno. Il tecnico lo sa bene, frequentando questo mondo da una vita intera, ed allora nulla di stupefacente che anche questo tratteggiar fantasmi e nemici dovunque non sia proposto ad arte, questo sì, per creare la sindrome dell’accerchiamento, per spedire alla testa dei giocatori qualche segnale in più, per tenere accesa la lucina rossa del pericolo. Dato per scontato che il pericolo non è nella condizione fisica («Nei secondi tempi siamo sempre venuti fuori»), piuttosto nel peso delle assenze: non ci saranno Figo, Adriano, Vieira, Crespo. Dacourt sta recuperando da un colpo alla caviglia, Maxwell è pronto per la panchina. E Ibra come sta? «Non benissimo. Così, così». E in questo caso l’allenatore non ha proprio bluffato.
Fra le situazioni indigeste va catalogata la squalifica di Adriano. Ed anche qui... «Se i giornali scrivono che Adriano è passibile di prova tv, il giudice va a verificare». Perfetto. Peccato che... «Per un giudice è molto difficile giudicare a tavolino. Sbaglia già l’arbitro a valutare alcune situazioni, pur essendo uno che va sui campi tutte le domeniche. Ora arriva il giudice che azzecca tutto. È assurdo». E, alla faccia dei soliti qualunquisti figli del calcio in provetta e del titolo facile, difficile dar torto al tecnico. Che, alla fine, ha trovato l’unica, credibile ragione di questo vagabondare tra delusioni e illusioni: «Non siamo maghi e neppure robot, a volte non si vince per merito degli avversari». Lo ha spiegato ieri sera ad Alma Petri, la vedova di Emanuele Petri, il poliziotto ucciso nello scontro a fuoco del 2 marzo 2003 da Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che agì in treno insieme a Mario Galesi. La signora, tifosa nerazzurra, ha incontrato la squadra a Siena e Mancini le ha promesso che oggi rivedrà un’Inter di robot.