L’Inter stecca subito. La bestia nera Udinese strappa il pareggio

I milanesi dominano e sprecano nel primo tempo Espulso Julio Cesar, Cordoba fa autogol nel recupero

Milano - Ci voleva il tanto per farsi male e magari risvegliarsi dai dolci torpori che cominciano ad essere troppo persistenti. L’Inter voleva vincere, anzi doveva, ed ha fatto di tutto per pareggiare. Voleva applausi e, alla fine, sono stati fischi: decisi e ammonitori. L’Inter con lo scudetto sulle maglie, pur accolta da un San Siro senza striscioni e senza bandiere, voleva dire: non è cambiato nulla, siamo sempre noi. Lo ha detto, ma nel modo sbagliato, ricordando quell’Inter ancienne régime di un decennio, infaticabile penelope del fare e disfare, insuperabile nell’illudere eppoi deludere. Il film della partita di ieri dice tutto: otto minuti per andare in vantaggio, giocata strappalacrime (di commozione) provata da Ibrahimovic per Stankovic, difesa dell’Udinese (in particolare Dossena) un po’ pollastra, ed ecco il gol che ha mandato interisti, popolo e giocatori, nell’alto dei cieli dell’esaltazione. Moratti in tribuna che urlava come un ultras, baci e abbracci fra i giocatori e Mancini. Solo Adriano guardava dall’alto della tribuna in composta indifferenza.

Tutto come prima? Sì, voleva pensare le gente nerazzurra. Eppoi che il caldo fosse da fornace, l’umido ti bagnasse come in doccia, fatica e calore potessero giocare brutti scherzi, era solo un retropensiero. I cattivi pensieri, invece, venivano dalla difesa dell’Inter, non proprio assestata nel suo asse centrale (Cordoba-Samuel) e nemmeno sulla fascia dove governava Maxwell. L’Udinese filava e penetrava: Quagliarella sbagliava, Floro Flores folleggiava inutilmente, Asamoah metteva tutti nell’imbarazzo. Cordoba più degli altri. Il colombiano, di testa, non ha visto palla che non fosse quella spedita in gol nei minuti di recupero, quando l’Inter pensava di aver salvato e salvaguardato quel gol di Stankovic. Forse sarebbe stata troppa grazia, non tanto per la bontà dell’Udinese che ha prodotto occasioni, ma dato sensazione d’essere un po’ fragilina a metà campo. L’Inter ha davvero fatto e disfatto: giocato la sua partita per tutto un tempo, cercato di dar forza al centrocampo chiedendo aiuto a Maicon e Figo, buttate le occasioni per raddoppiare e chiudere il match, che poi è un vizietto antico. Cruz si è mangiato una palla gol che l’arbitro ha battezzato fuorigioco, Ibra tentato un gioco da foca che Inler ha tramutato in palla in corner.

Tutto quel che poteva essere, e non è stato, è diventato vigoroso rimpianto nel secondo tempo, quando è ricomparsa l’Inter delle follie. Julio Cesar si è fatto prendere dal colpo di calore ed è uscito maldestramente di porta, mentre Samuel e Asamoah stavano per giocarsi la palla che poteva valere un gol. Poi l’istinto e l’istintualità l’hanno fatta grossa: Julio ci ha messo la mano che andava mozzata ed ha aspettato solo il cartellino rosso per avviarsi verso gli spogliatoi inseguito dalle maledizioni di San Siro. Da quel momento Toldo in porta, pur bello sveglio, e Inter in dieci, sono stati segnali di un lento abbassa bandiera: come fosse finita la benzina, gente ammassata indietro, spazi larghissimi nei quali nessuno si infilava.

Brutto vedere. L'Inter fatica e ansima già da molte partite, la striscia negativa che comprende precampionato e supercoppa ha significato al di là della scarsa condizione. Le assenze pesano, le gambe anche di più. L’Inter-fuoriserie è diventata ansimante carrettone che ha cercato aiuto da forze fresche. Poteva servire Suazo, ma si è comportato come il peggior Martins. Mancini gli urlava: fai, disfa, corri, inserisciti. E lui, dopo i primi colpi, ha cominciato a sparare a salve. Quasi facesse apposta. Ha detto l’allenatore: aveva un problema, un dolore comparso dopo pochi minuti. Forse un colpo alla schiena. Sarà! Ma ieri l’Inter ha fatto collezione di colpi bassi.