L’Inter teme lo stadio deserto Mancini: «Obbligati a vincere»

«Adriano deve allenarsi di più». Cambiasso in dubbio

Riccardo Signori

da Milano

Gruppo di famiglia intorno al sacro bene: ci sono Moratti e Facchetti, Oriali e Bobo Boninsegna tornato a respirare aria di nerazzurro in una vigilia che conta. Lui che ne ha passate tante. Quasi l’erba di Appiano Gentile sia tornata più verde (speranza). Vorrebbero tutti volare alti, ma poi ricordano ai giocatori di volare bassi. Vorrebbero tutti porte aperte alle speranze, ma poi ricordano alla truppa che stavolta saranno porte chiuse a San Siro e sarà peggio che giocare in uno stadio con il tifo contro. Mancini l’ha detto in Slovacchia e l’ha ripetuto ieri: «Dovremo vincere sempre all’estero, perché a Milano non sai mai come finirà. Alle porte chiuse non ci si abitua, al massimo ci si adatta». Problemi di concentrazione, spiega Cordoba. Ma anche per gli avversari.
Le porte chiuse mettono paura, forse più dei Rangers che non se la passano tanto bene: tre sconfitte in campionato fanno bottino da classifica di rincalzo (quinti a 11 punti dalla prima), la vittoria sul Porto in Champions è stato ossigeno e poco più. Alex McLeish, l’allenatore degli scozzesi, sente tremor di panchina. Ma, accidenti, gli è andata male anche con l’Inter. «Non ho mai giocato in stadi vuoti, avrei preferito che l’Uefa le togliesse Adriano, Stankovic o Figo». Ad ognuno i suoi problemi. L’Inter, per esempio, deve tenere antenne alte: serve vincere per incanalare la Champions nel modo migliore, la squadra tornerà a giocare a porte aperte solo quando (e se) passerà il turno. Oggi ci sono i Rangers, domenica la Juve: preoccupazioni e pensieri si incrociano. Moggi ha già chiesto un arbitro internazionale e Mancini si concede l’unica divagazione di giornata: «Non fatemi queste domande. A Roma c’è una frase che si adatterebbe bene a Moggi, ma non la dico. La dirò sabato».
Serve battere i Rangers per non lasciar svanire l’incantesimo. Moratti ieri ha ripreso tradizioni e scaramanzie antiche, questa sera indosserà la maglia di Recoba che portò fortuna contro lo Shakhtar Donetsk. Mancini coccola Adriano che ha firmato il contratto, ma ora dovrebbe firmare qualche gol come si addice a un simbolo. «Adriano è già il simbolo dell’Inter. È un calciatore giovane e importante che nei prossimi anni farà anche meglio». Però non è ancora lui. Il tecnico conferma. «Ha bisogno di allenarsi. Contro la Fiorentina ha giocato bene il primo tempo ed è calato fisicamente nella ripresa». Dunque? «Troveremo una via di mezzo». Ovvero gli toccherà solo uno spezzone di partita. Inutile: il pensiero Juve incombe. «Ma se vinciamo contro i Rangers facciamo davvero un passo avanti». Preso tra i due fuochi, Mancini riproverà un po’ di turn over. Cambiasso soffre per una botta. «Deciderò all’ultimo». Nel caso non ci sia, Stankovic passerà in mezzo al campo con Pizarro (Veron è squalificato) e dovrebbe rivedersi Solari. Favalli si prenderà un mercoledì di riposo. Figo un mezzo riposo. Ricomparirà la maglietta di Recoba, non solo in tribuna. Non proprio una partita adatta al Chino, vista con l’occhio del tecnico. «I Rangers sono una squadra tosta e forte fisicamente, grande carattere. Sono da affrontare con attenzione. Kyrgiakos, Ferguson, il leader, e Prso, l’attaccante croato, sono la loro spina dorsale». E in panca ci sarà Pippo Maniero.
Stavolta non è nemmeno richiesto spettacolo per chi paga il biglietto. Dunque un problema in meno. Mancini stasera più che mai vorrebbe vedere una squadra concreta. Meno spettacolo, meno thrilling, più gol («quelli sbagliati tra Chievo e Fiorentina li abbiamo tenuti per le prossime partite»). Poi l’Inter potrà ricominciare a pensare in grande.