L’Inter vola. La Roma resta in scia

Contro la Lazio nerazzurri in gol con Ibra, Maicon e Suazo. Buon debutto, dal primo minuto, del portoghese Pelè. <strong><a href="/a.pic1?ID=225588">Cambiasso: &quot;Una gara perfetta&quot;</a></strong>. Intanto <strong><a href="/a.pic1?ID=225592">la Roma tiene il ritmo della capolista</a></strong>

Milano - Facce nuove e vecchio stile: comunque vada, è un successo. Questa è l’Inter di oggi, un po’ incerottata ma con una riserva di forza, potenza, talento che la mettono vele al vento. Tre gol alla Lazio arrotondano i conti e la classifica, quarantacinquesima partita di fila in cui la gente nerazzurra segna a San Siro, per 106 gol: il suo pubblico non potrà lamentarsi. Segna l’Inter delle facce nuove (Suazo), lancia il ballo quella dei supermen, Ibra e Maicon. Spettacolo e reti, gioco solido, le novità fanno successo. Sarà dura far fuori questa squadra, almeno in Italia.
Inter con uno sguardo sul futuro, Inter con la bacchetta delle magie: quelle che van di pari passo con risultati e successi. Mancini stavolta ha provato Pelè fin dal primo minuto. Impegnativo tenere addosso quel nome, ma il ragazzino portoghese (vent’anni appena) ha giocato con la serenità dei forti e con quel pizzico di personalità che non guasta. Prima volta dall’inizio della partita (gli altri erano stati spiccioli soltanto), giocar semplice, buona precisione al tiro tanto da costringere Ballotta ad una parata spettacolo nel primo tempo. Viste le assenze (Vieira, Stankovic ed ora Dacourt per almeno 5 mesi) sono state buone notizie per il tecnico nerazzurro. Non solo: Jimenez ha mostrato e dimostrato i suoi numeri. Figo ha trovato un dignitoso imitatore e l’Inter qualche sicurezza in più dai suoi panchinari.
Partita subito impostata nel segno della gente nerazzurra. La Lazio è stata Lazietta, per vero dire. Non a caso questa è la sesta sconfitta. Spaventata e un po’ troppo di carne morbida, si è lasciata ipnotizzare dal giocare interista: gran correre sulle fasce, Maxwell e Maicon a tutto turbo, centrocampo molto attento e difesa che, seppur abbia lasciato qualche spazio a Pandev e Rocchi, assolutamente granitica nella testa di Burdisso che, nei giorni scorsi, Mancini aveva dato in gran spolvero, e nei piedi di Samuel che il tecnico non vuole, e non riesce più, a togliere di squadra. Anche se ieri è nuovamente comparso Materazzi nella ripresa. Visto il quadro d’assieme, facile arrivare alle conclusioni, ma soprattutto ai gol: dopo quattro minuti Zauri ha rischiato un rigoraccio spingendo Jimenez in area. Gli è andata bene. Non altrettanto a Stendardo che, dopo 20 minuti, si è prodotto in un catch calcistico nel quale Burdisso è stato furbo ad aggrapparsi all’avversario, eppoi a lasciarsi andare. Stavolta l’arbitro ha evitato rimorsi e Ibrahimovic ha potuto scaricare quel peso sullo stomaco che cominciava ad avere da quando (due mesi) non riusciva a segnare in campionato.
Da quel momento è stato gioco da ragazzi: Ibra si è scatenato nel «di tutto e di più». Gli altri hanno intonato il coro con qualche acuto. Tempista e raffinato il gol di Maicon, catapultato in area a seguire un magistrale corner di Jimenez (Figo ha davvero concorrenza in casa). Secondo abitudine quello di Suazo, che ha provato qualche numero ed ha rischiato qualche calcione fino a quello decisivo che l’ha costretto a lasciare il posto a Crespo. Ma il gol è stata personale rappresentazione doc, grazie alla palla verticale (sembrava un calciare di Pirlo ed invece era Cambiasso) che l’ha pescato per il guizzo killeristico in area.
E il pubblico di San Siro (7000 paganti, non proprio oceani) avrà sentito ripagato il prezzo del biglietto. I gol potevano essere anche più (Samuel ha segnato un gol regolare, poi annullato), se Jimenez non avesse scoperto che la porta di Ballotta era stregata. Solo per lui. Ovviamente.