L’interminabile epopea della «frontiera mobile»

Un’autentica religione del «wilderness», degli spazi incontaminati, che va da Melville a «Thelma & Louise»

Sin dal loro apparire, l’arte e la letteratura americana si manifestano come meravigliate rappresentazioni dello spazio. Uno spazio sconfinato, distese desertiche, boschi immensi, vedute oceaniche, tramonti e aurore che paiono aver luogo in un primigenio mondo edenico. Lo spazio e la sua infinità ispirano i versi di Walt Whitman, il grande poeta del Rinascimento Americano, il periodo che vede nascere, dal 1850 al 1855, i capolavori di Melville, Emerson, Thoreau, Hawthorne.
Una letteratura che mentre sorge esplode, e tanto la distesa sconfinata dell’Oceano di Moby Dick e la vastità immensa della balena bianca, quanto la vita nei boschi predicata da Thoreau nascono dalla percezione di una natura potente e vastissima, la stessa che compare nelle grandi tele della pittura americana. Seppur con esiti diversi: i dipinti di quel tempo sono indicativi di una percezione del mondo, utili a comprendere l’anima americana in relazione allo spazio, ma non memorabili dal punto di vista estetico. Nulla di paragonabile ai capolavori letterari, alle poesie di Whitman o ai romanzi di Melville. O al pensiero di Ralph Waldo Emerson, compreso in seguito da pochi ma buoni, tra cui Nietzsche e Borges. Emerson è autore di saggi trascinanti ispirati al brivido della natura perennemente creante, e nel più famoso, intitolato proprio Natura, scrive: «I posti solitari non paiono del tutto deserti. Alle soglie della foresta l’uomo, con sorpresa, è costretto ad abbandonare le sue cittadine stime di grande e di piccolo \. Qui ci rendiamo conto che la natura è la circostanza che sminuisce ogni e qualsiasi altra circostanza, che la natura è un giudice divino che sottomette l’uomo che gli si avvicina».
Questa percezione della divinità di una natura che si presenta smisurata agli occhi di uomini che per giungere al Nuovo Mondo avevano lasciato le popolose città d’Europa, o le campagne ordinate e suddivise, potrebbe essere il marchio dell’uomo americano, e permane: lo sfondo e i paesaggi dei western, praterie immense e tramonti interminabili, film come Thelma & Louise, Balla coi lupi, disegnano un paesaggio americano che diverrà un punto di riferimento anche per artisti europei come Wim Wenders. Anche il più grande western a puntate mai scritto e disegnato, Tex Willer, inventato da Gian Luigi e proseguito da Sergio Bonelli, rappresenta un mondo le cui insidie e vie di scampo sono tracciate dalla natura: valloni, deserti, canyon, fiumi, rapide, montagne, dirupi, sentieri.
L’ossessione di questo spirito dello spazio permeante nonostante la volontà di domarlo, edificando città, tramando il suolo di ferrovie, agisce con esiti straordinari nella letteratura moderna con l’incessante anelito ad andar oltre di On the road di Kerouac, o, nell’arte, con l’esemplare esperienza di Jackson Pollock, che percorse miglia e miglia in Messico e nel Sud degli States, immergendosi nei pittogrammi che i Navajo dipingevano con la sabbia, per trovarvi la base delle sue future grandi tele distese per terra.
Al centro di tutto ciò, l’idea di frontiera. La frontiera, sinonimo di limite, ostacolo, barriera, nel mondo europeo lasciato alle spalle dai coloni, si trasforma, nel paesaggio americano dominato da foreste e praterie immense, in una linea che si sposta continuamente in avanti, una «frontiera mobile» che spiega tanto la continua marcia verso il Far West, l’estremo occidente, quanto la natura migratoria entro il continente di cercatori d’oro, minatori, commercianti, predicatori, cacciatori. E questa frontiera mobile è il punto in cui si trova l’abitatore del Nuovo Mondo: alle sue spalle gli insediamenti dei coloni, mentre davanti a sé si estende a perdita d’occhio lo scenario della wilderness, lo spazio incontaminato. La parola wilderness designa un luogo abitato da bestie selvagge, e rappresenta quindi l’enigma stesso della nuova terra: nella wilderness si celano le strade per procedere altrove, sempre più lontano, ma anche il pericolo, il mistero del mondo sconosciuto. Sulla wilderness Franco Meli pubblica un saggio di assoluto interesse (La letteratura del luogo, Arcipelago edizioni, pagg. 234, euro 18), illustrando il nodo misterioso e pulsante dell’uomo che ha rotto i ponti con il passato e con l’Europa, e si avventura nella terra ignota.
E credo che la wilderness costituisca la ragione profonda della vittoria degli Stati Uniti nella gara con i sovietici per la conquista della luna. A parte le ovvie ragioni politiche di una gara in cui due superpotenze nemiche volevano mostrare il proprio prestigio, gli americani avevano una spinta in più che li fece vincere: lo spirito della dismisura dello spazio e il suo incanto, lo spirito del cow boy, di Whitman, di Jack London e di Kerouac e Pollock: nelle presaghe parole di un famoso discorso, John Kennedy lo aveva ben compreso e poeticamente sancito.