L’INTERVENTO

Caro direttore,
negli anni ho visto tanti orrori, ho raccontato delle miserie di questa nostra umanità, di delitti atroci, di violenze assurde. Dovrei averci il callo ormai. Eppure ho pianto. Ho pianto in una domenica italiana davanti a una trasmissione sportiva; ho pianto guardando i volti di quei bambini che allo stadio piangevano sconsolati. Scorreva l’ennesima giornata di violenza, di scoppi, di botte davanti ai nostri occhi. Le lacrime di un bambino sono oneste. Non hanno pregiudizi, ipocrisie. Riflettono solo, semplicemente, il dolore. E la rabbia. Qualcuno gli stava rovinando la festa.
Così la mente è tornata a quando ero piccolo anch’io. Allora pensavo che i giocatori fossero grandi esattamente quanto me li mostrava lo schermo della televisione. Omini in miniatura. Pensavo che fossero finti, protagonisti di un gioco divertente, proprio come lo era un cartone animato. Lo stadio lo vidi per la prima volta a dieci anni. E mi ci portò un anziano signore amico di famiglia. Mio papà non poteva, faceva il giornalista, la domenica lavorava. Quel nonno acquisito tifava Milan, io tenevo all’Inter, anche se non ne avevo ancora la consapevolezza. Il mio amico del cuore invece era rossonero. E allora, almeno per un giorno, magnificavo le prodezze di ragno Cudicini.
Ma c’è una cosa che ricordo. Sopra tutte: quando andavo a San Siro (si chiamava così), non avevo paura, mi divertivo sempre. Chiunque giocasse. E mi sembrava, davvero, che si divertisse anche tutta quella folla di adulti attorno a me. Anche se avevano le sciarpe di colori diversi, non si picchiavano. Chi perdeva magari imprecava, poi se ne andava un po’ mesto, con la bandiera arrotolata sotto il braccio. Come dire: oggi è andata male. Ci rifaremo.
A quindici anni andai per la prima volta a vedere una partita da solo. La mia Inter. Sulla strada del ritorno uno sconosciuto, lui già grande, mi diede un pugno in faccia: voleva portarmi via la bandiera. Non piansi, provai solo tanta rabbia perché i soldi per comprarla me li aveva dati mio papà. Era come se quel pugno lo avessero dato a lui. Ed ebbi una sensazione brutta, non di paura: solo di grande tristezza. Era come se qualcosa fosse cambiato, quel gioco non mi sembrava più così divertente. E soprattutto mi accorsi di essere stato derubato. Di un diritto: quello di divertirmi.
Allo stadio sono tornato da «grande», da poliziotto (durante il servizio di leva). Ho ricevuto sputi, dagli spalti secchiate di urina, qualche carica con gente che brandiva spranghe e chiavi inglesi. Lanciando biglie e sassi. Con la divisa non sono mai riuscito a guardare una partita, nemmeno da bordo campo. Sapevo di rischiare.
Oggi sono anch’io papà. Ho una bimba di sette anni con uno sguardo illuminato d’azzurro. Ha deciso - forse plagiata dal sottoscritto - di tenere all’Inter, «perché in quella maglia c’è un po’ il colore dei tuoi occhi». Come facevo io alla sua età guarda i cartoni animati. E le partite. Le avevo promesso un paio d’anni fa: «Un giorno, ti porterò allo stadio». Adesso so che non lo farò.