L’INTERVENTO

Com’è nostra abitudine e stile, cerchiamo di individuare con sforzo di obiettività, il senso vero dei fatti messi in moto dalla sorpresa sanbabilina del Cavaliere. C’è chi dice che ne sta nascendo una terza Repubblica. E c’è chi pensa invece che potrebbe venirne una prima Repubblica bis. Nessuna delle due ipotesi va scartata, perché sono ambedue ragionevoli. Di sicuro c’è, per ora, la fine piuttosto ingloriosa, della cosiddetta seconda Repubblica, ch’è stata, più che una nuova fase istituzionale, un pasticcio di irrazionalità, confusione politica, cattiva gestione del potere, con brutti aspetti di convivenza civile, sicché il Paese è precipitato in un declino da cui non sarà facile risalire.
La prima Repubblica, finì male, ma sarebbe disonesto dire che ebbe una vita di cui vergognarsi. Ricostruì l’Italia distrutta, addirittura annichilita dalla guerra, ridiede agli italiani in qualche modo il senso della patria, collocò il Paese tra i più sviluppati al mondo. Sono cose che disse - tanto per non essere soli a dirle - il comunista, figlio di un grande liberale, Giorgio Amendola, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita.
C’era, altroché se c’era, una classe dirigente, discutibile quanto si vuole - lo si lasci dire a chi spesso e fortemente l’ha discussa -, ma per almeno una trentina d’anni, e anche più, seppe fare il suo dovere. Poi si logorò, è vero, fino a dimostrarsi incapace di reggere al nuovo che sopravveniva impetuosamente. Un nuovo, però, anche questo va detto, che si è rivelato, come s’è visto, disastroso. Insomma, la cosiddetta seconda Repubblica, meglio archiviarla, la sua storia è tutt’altro che edificante. Uomini e idee da salvare ce ne sono, ma sono tanto pochi e modesti che è meglio non parlarne. Sì, bisogna guardare avanti ormai.
Dunque, allora, come sarà il nostro futuro politico? Non c’è dubbio che occorra una «rivoluzione» (le virgolette sono d’obbligo) che non sia una sovversione ma un rinnovamento radicale e razionale. Ed ecco l’immagine di alcuni commentatori di terza Repubblica o addirittura di prima Repubblica bis (questa meno usata). In verità, quest’ultima non è del tutto inappropriata perché, a ben vedere, si profila, al posto del bipolarismo un bipartitismo come c’era nella prima Repubblica, sperando che sia perfetta questa volta (ricordate l’immagine intelligente di bipartitismo imperfetto di Giorgio Galli?) e soprattutto che ci assicuri una buona democrazia dell’alternanza, visione liberalissima di cui questo scombussolato Paese ha bisogno per tornare alla normalità.
Ma, fatta questa rapida analisi storica, veniamo all’attualità. Il fatto di San Babila, non c’è dubbio, ha terremotato la politica italiana. E Berlusconi, altro fatto indubbio (lo si lasci dire a chi non è mai stato yesman, come l’amico Silvio sa), s’è rivelato politico eccezionale: pareva in difficoltà, ha messo invece in un angolo chi lo contestava e ha imposto un confronto serio e non facile ai suoi competitori, Veltroni e Prodi. Sì, ha ribaltato lo schema politico nel quale pareva essersi posto con intransigenza (elezioni subito col vecchio sistema, nessuna trattativa col centro sinistra, no a governi istituzionali e di transizione) ma ha rivelato un realismo poco comune all’attuale establishment della politica italiana.
La mossa sanbabilina (suggestiva la similitudine con Eltsin sul carro armato) ha spinto in archivio persino l’antipolitica che sembrava sommergerci, quasi un miracolo, sparigliando i giochi di tutti, grandi e piccoli della politica italiana.
Intendiamoci, non è detto che il nuovo corso si affermi definitivamente; nella politica italiana i cambiamenti di scenario sono frequenti, ma come non prendere atto del nuovo respiro politico che qualche speranza sembra darla per il nostro futuro? Berlusconi una cosa fondamentale l’ha capita, come ha scritto sul Sole-24 ore il mio amico liberale Salvatore Carrubba (trovo giusto citarlo): che gli elettori italiani sono alla ricerca di un leader, di una buona squadra di governo (deve essere eccezionale la prossima) e di un programma, elementi che mancano da tempo in casa nostra.
Per finire, un parere del tutto personale: che il 30 novembre prossimo, quando Berlusconi e Veltroni si incontrano, trovino il modo di concordare almeno su un punto: che per far ripartire il Paese occorre una intesa seria e sincera sui problemi da affrontare.