L’INTERVENTO

Davvero «il treno va», come titola qualche giornale? Vediamo. Dopo un’ora e mezzo di colloquio con Veltroni, Berlusconi ha parlato di «intesa possibile», di «clima cambiato», di «forze politiche che si rispettano». Ha detto esattamente: «Convergenze rilevanti». Come si ricorderà, Moro ai tempi del compromesso storico parlò di «convergenze parallele» che come noto in geometria è un’assurdità.
Ammettiamo che questa volta le convergenze siano realisticamente rilevanti. Che cosa possono produrre? Dice Veltroni: la legge elettorale e nuovi regolamenti parlamentari. Poi aggiunge: in dodici mesi persino riforme istituzionali. Francamente qui c’è troppo ottimismo. Spontaneo ottimismo o simulato? Repubblica, a cui quest’incontro sta sullo stomaco, attribuisce dissimulazione ad ambedue i partner. Dice il cronista di Repubblica: i due «abili comunicatori» fanno il loro tornaconto e simulano quello che non è. Silvio Berlusconi e Walter Veltroni - questa la tesi - sono «due fra i più formidabili dissimulatori della storia repubblicana».
Ma lasciamo stare questa stizzosa contrarietà del giornale scalfariano. Anche a noi sembra però che questa storia delle «convergenze rilevanti» vada presa con beneficio d’inventario. Ma davvero è tutto cambiato? È finito l’antiberlusconismo? Finalmente c’è pace, rispetto reciproco e civiltà politica? Fosse vero, sarebbe un miracolo degno di inni liturgici vari.
Pensate, dopo tanti insulti, odio e demonizzazioni, si torna alla normalità, al galateo, al fair play cavalleresco. Siamo nel 2000, sarebbe ora. E però, inutile nasconderlo, i dubbi sono molti. Prendiamo in prestito quelli che esprime il cronista di Repubblica, che parla di «sospetti di Prodi, gelosie di D’Alema, capricci da Diliberto a Pecoraro passando per Mussi, timor panico da Mastella a Di Pietro, per non dire Dini e Bordon». Sic. E noi potremmo aggiungere nomi e cognomi del centrodestra arcinoti del resto e perciò ce ne asteniamo. Il treno, certo, è partito ma dove andrà? Sarà un espresso come vorrebbe il Cavaliere che all’idea di elezioni anticipate non ha affatto rinunciato? Non ha posto pregiudiziali per un confronto sulle riforme, è vero, ma chiaramente spera che al massimo ci sarà da aspettare dodici mesi, come pronostica Veltroni.
Ma ecco dove nasceranno i problemi. Primo: ci vogliono altro che dodici mesi per realizzare riforme istituzionali. Grasso che cola se si arriverà a fare legge elettorale e regolamenti parlamentari. Durerà l’intesa, resisteranno le «convergenze rilevanti»? Secondo: Prodi accetterà l’accordo, si preparerà ad andare in pensione? O si metterà di traverso? Terzo: i vari «sospettosi» e «capricciosi» (di sinistra e di destra, intendiamoci) quante ne inventeranno per far saltare l’idillio vero o presunto che sia? Problemi grossi come macigni.
Ora accantoniamo il pessimismo e vediamo gli aspetti positivi, che ci sono, non c’è dubbio. Il primo, indiscutibile, è che c’è stato un incontro che solo settimane fa sembrava utopia. Il secondo è che ha trionfato la diplomazia, generando cordialità tra i due fronti. Cordialità forzata? Sia pure, ma non è poco a petto di quel che è stato il passato. Insomma, i due contendenti hanno preso atto che non si può continuare ad abbaiare alla Luna, col rischio che nel frattempo potrebbe crearsi una carovana diversa per raggiungere Samarcanda.
C’è poi un terzo elemento tutt’altro che trascurabile: così come stanno le cose i due partner hanno bisogno l’uno dell’altro. È sì vero che, dopo tanti scontri e insulti, non è pensabile che si fidino troppo l’uno dell’altro ma è ancora più vero che ambedue sono alla ricerca di legittimazione da parte della controparte, chi più, chi meno. E allora il colloquio è utile a entrambi. Poi si vedrà.
A noi, per finire, non resta, da liberali, che una estimazione: siamo a un passaggio storico da non perdere. Negli umori della gente c’è di sicuro una predilezione per il centrodestra, ma le divisioni rischiano di annullarle. Ci pensino bene i sospettosi e i capricciosi del centrodestra prima di distruggere un’avventura politica irripetibile.