L’INTERVENTO

Non sarà facile schiodare Prodi dalla poltrona di Palazzo Chigi. Se Berlusconi vive di geniali invenzioni, con una creatività ormai anche politologica, Prodi è dotato di una ineguagliabile testardaggine che è il suo spirito suggeritore. Ne avremo una verifica il 10 gennaio prossimo, quando ci sarà, se ci sarà, la annunciata verifica della maggioranza.
Facciamo una scommessa: il premier getterà sul tavolo la questione salariale, di cui del resto ha già parlato nel suo ultimo incontro col leader di Confindustria Montezemolo. È molto probabile che sarà questo il coniglio che egli tirerà fuori dal cilindro, con la speranza evidente di incantare le sinistre, alle quali affida il proprio futuro politico.
Vediamo di ragionare senza pregiudizi ideologici su questa questione. Un tempo - con Di Vittorio e Lama a capo del più forte sindacato - era la questione operaia la vera questione che impegnava le sinistre. L’operaismo, la tendenza cioè a dare socialmente e politicamente grande rilievo alla condizione della classe operaia, sembra ormai tra i concetti superati e abbandonati anche dalle sinistre. La verità è che la questione più urgente oggi è quella del potere d’acquisto di circa il 70 per cento della popolazione italiana, come lo stesso governatore di Bankitalia ha rilevato in una sua analisi.
È indubbiamente questa la vera piaga sociale del Paese, lo si lasci dire a un liberale, perché non è affatto vero che la quest6ione sociale sia prerogativa della sinistra.
Non va dimenticato che i problemi sociali, insieme con quelli delle garanzie di libertà per i cittadini furono per primi gli ideologi liberali a porli. Basta citare la famosa conferenza all’Athénée Royal di Parigi tenuta da Benjamin Constant nel 1819 e nota col titolo «La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni». È il documento base della democrazia liberale moderna. E ricordare anche che sindacalismo e welfare nacquero in Paesi a regime liberale.
Sì, guardiamo con realismo alla nuova questione sociale italiana. Non c’è più solo una classe operaia, ormai assai ridotta, c’è soprattutto un vasto ceto medio impoverito, preso nella morsa del carovita. Mi è pervenuta tempo fa la lettera di un lettore del Giornale, di cui merita d’essere citato il passo essenziale: «All’inizio del 200 il mio stipendio mensile era di 3 milioni di lire. Mi sentivo quasi un signore. Oggi con 1.600 euro non ce la faccio ad arrivare alla fine de mese». Quanto sono gli italiani in simili condizioni, e anche peggiori? Se i metalmeccanici sono grosso modo un milione e mezzo, tre milioni sono i dipendenti del pubblico impiego, due milioni quelli del commercio, altri milioni nel terziario, diversi milioni i pensionati. Tutti nuovi proletari, nuovi poveri. Tra i pensionati ce ne sono troppi che non arrivano neppure alla terza settimana del mese.
Un contributo notevole a tale situazione l’ha dato l’introduzione dell’euro, certamente inevitabile, ma senza dubbio una delle cause d’impoverimento. La situazione si aggrava sempre più con la serie di aumenti in corso in tutti i settori del consumo: canoni, tariffe (Rai, autostrade per esempio), aumento dei prezzi degli alimentari: pane, latte, frutta, carne, di tutto insomma. Esperti hanno calcolato che sommando i rincari degli anni scorsi con quelli previsti prossimamente le famiglie subiscono una legnata di 2500 euro l’anno. Una sorta di «quattordicesima» negativa. L’Ires Cgil afferma che a partire dal 2002 uno stipendio di 25mila euro registra una perdita di 2.600 euro, più del 10 per cento. Senza parlare del divario Nord-Sud. Prendiamo due città, Trento e Agrigento. In quest’ultima il reddito è la metà di quello di Trento.
Come affrontare simile questione sociale? Prodi si illude che serva un alleviamento di imposte sui salari. Qualche centinaio di euro in meno di tasse sarebbe solo una presa in giro. Quanto alla crescita die salari, è il mercato che lo decide. Come ci hanno detto i Censis e persino il New York Times, c’è solo da essere pessimisti. Del resto ce lo dicono i fatti che sono sotto i nostri occhi, quegli stessi che hanno indotto sette o otto senatori della maggioranza del centrosinistra (citiamoli: Fisichella, Dini, D’Amico, Manzione, Bordon, Peterlini, Thaler) a votare sì la fiducia al governo ma, come hanno detto, per l’ultima volta. Occorre ben altro che piccoli giochi di prestigio per fermare il Paese sull’orlo del disastro. Ne riparleremo.