L’INTERVENTO

Mi pare inutile tentare di ragionare sulle possibili soluzioni immediate e più o meno compromissorie della crisi politica. Siamo alla crisi più grave della Repubblica, lo scenario è così avvilente, così drammatico, che pensare a compromessi, a soluzioni contingenti è mancanza di realismo e perfino di responsabilità.
Diciamo le cose come stanno: la crisi della Repubblica è all’acme, il sistema-Paese è allo sfascio, nella popolazione si va diffondendo la sensazione che siamo già oltre il declino di cui tanto si parla, si propaga la paura del domani perché non si vedono, e non ce ne sono, progetti affidabili che garantiscano non dico un nostro risorgimento ma almeno una ripresa capace di suscitare qualche speranza.
Chi qui scrive non è un estremista settario, ma un liberale e un moderato che cerca sempre di individuare una via di mezzo nei conflitti politici. Ma oggi è difficile, se non addirittura, localizzare punti di soluzione tanto la situazione è disperante. La crisi è globale. La stessa democrazia sembra a rischio, il suo sbando è tale che temere degenerazioni non è iperbole demagogica. In discussione è addirittura l’affidabilità delle istituzioni. Sarà pure esagerazione parlare di «ultimi giorni di Pompei», come ha fatto un politico intelligente, forse influenzato dalle delusioni patite, ma certamente è quella l’immagine che si va spargendo.
A colpire l’immaginazione, a sgomentare, non è solo un ministro che dal suo scranno istituzionale in Parlamento dice (cosa mai udita, in un certo senso agghiacciante): «Ho paura». È il panorama generale delle istituzioni, del Paese, della nazione, ch’è scoraggiante. Parlare di grave emergenza, no che non è una esagerazione. Siamo immersi in un soqquadro che non ha precedenti, dal quale è impossibile pensare che possa trarci una classe politica preoccupata più di difendere il proprio «particulare» partitico che di trovare soluzioni alla crisi che sta sfasciando tutto.
La decadenza italiana, la dissoluzione di quello che fu il «miracolo» di quasi mezzo secolo fa è sotto gli occhi di tutti. Il regresso è in ogni campo: nell’industria, nell’istituzione, nelle infrastrutture, in tutta la vita politica e civile. Non c’è più quell’impegno della cultura e della ricerca che in tempi ormai lontani condusse a successi ragguardevoli la nostra industria. La nostra scuola e l’università stanno precipitando verso il fondo della classifica mondiale. Siamo sudditi del sistema energetico mondiale; compriamo petrolio, gas, persino elettricità proveniente da centrali nucleari, finiremo clienti obbligati di linee aeree straniere, ci sta surclassando la Spagna. Nel mondo circolano le immagini dell’immondizia che sta umiliando Napoli, la Campania e tutti noi. Dov’è finito il nostro senso della nazione?
Su questo scenario fosco si sovrappone una politica, come qualcuno ha detto, stramazzata nel girone dei dannati, prerogativa, secondo una versione ormai accreditata, di una «casta» meritevole solo di disprezzo. Sì, la crisi è collettiva, corale, mozzafiato in certi momenti e in taluni casi. È crisi della politica, della giustizia, della cultura, nulla ne è fuori. Non c’è più ombra di fiducia nelle istituzioni, come non c’è certezza del diritto e c’è paura del futuro.
Come si esce da quest’inferno? Non certo con il cosiddetto teatrino della nostra politica. Affidarsi ai compromessi, com’è d’uso, è deprimente. Ci vuole ben altro che l’ambiguità dei rimedi partitici. Bisogna scoprire il coraggio di mettere da parte la politica politicienne, di coinvolgere il Paese, tutte le energie e intelligenze che esso ancora ha. Ci vuole innanzi tutto un «cessate il fuoco» di una guerra civile che ha devastato la politica e inquinato tutta la società, privandola di civiltà. Occorre stabilire, direi, una lunga pausa che segni un’indispensabile stagione di salute pubblica.