L’INTERVENTO

Caro Direttore,
la caduta del Governo Prodi incomincia a dare i suoi frutti. Mi riferisco al «mea culpa» dei protagonisti del dissenso organizzato in Val di Susa nei riguardi della tratta ferroviaria Torino-Lione sul corridoio numero 5. Mi riferisco ad alcune dichiarazioni degli stessi protagonisti che ritengo opportuno riportare integralmente.
Antonio Ferrantino, capopopolo dell’autunno caldo del 2005, tra l’altro dichiara: «Anch’io non scenderei più in piazza e centinaia di persone mi vengono a dire: ho marciato, ora non marcerei. È finito il tempo di urlare moriremo tutti d’amianto (le cose sbagliate le ha detto il Governo, le abbiamo dette noi), ora si parla di ragioni vere e priorità. Non possiamo condannare la valle alla marginalità». Accanto alla dichiarazione di Ferrantino c’è quella del Sindaco di Venaus, Durbiano che precisa: «Quel tunnel oggi continua a non servire, nemmeno se sbuca a Chiomonte. Ma non mi sento di dire che tra 30 anni sarà così. E la strada per capirlo non è più la piazza. Anche perché la piazza è stata troppo radicalizzata, ha raccolto tutti i no d’Italia e le famiglie non ci si riconoscono più. Io ho marciato e non lo rifarei».
Sono state rilasciate altre dichiarazioni tra cui quella di Rodolfo Greco della Cgil che ricorda quale sia lo stato di crisi occupazionale in Val di Susa e precisa: «Sono tanti quelli che alla Tav iniziano a pensarci». Siamo cioè di fronte ad un pentimento diffuso e, soprattutto, siamo di fronte alla generale ammissione di strumentalizzazione diffusa da parte di schieramenti fondamentalisti che, in modo vergognoso, in questi ultimi due anni hanno gestito ed utilizzato questi cittadini che, finalmente, cominciano a comprendere quanto grave sia stata questa azione di blocco ad un investimento che invece sarebbe potuto diventare la vera chiave di sviluppo della Val di Susa.
Ho detto «sarebbe potuto diventare» perché, a mio avviso, questo pentimento arriva troppo tardi. Il Governo Prodi, infatti, ha commesso, nel mese di giugno del 2006 (appena insediato), un atto che, come da me ribadito in più occasioni, è senza dubbio illegittimo: il Governo Prodi con il supporto del management tecnico dei Dicasteri competenti tolse dalla Legge Obiettivo l’intervento relativo al nuovo asse ferroviario Torino-Lione. Con tale decisione si è azzerato l’enorme lavoro istruttorio e autorizzativo svolto in oltre 5 anni, si è azzerata una procedura che garantiva tempi certi e, soprattutto, si è data alla Unione Europea una chiara immagine di incertezza, una immagine che ha portato ad un sostanziale ridimensionamento del contributo comunitario (da circa 2 miliardi di euro ad appena 600 milioni di euro). Ora bisognerà redigere il progetto esecutivo, bisognerà sottoporlo di nuovo alla Verifica di Impatto Ambientale e quindi forse fra due o tre anni saremo allo stesso punto in cui eravamo tre anni fa.
Questa grave responsabilità di ministri come Bianchi o come Pecoraro Scanio, una responsabilità che in più occasioni lo stesso ministro Di Pietro ha invocato, esplode oggi i modo ancor più virulento di fronte a questi pentimenti, di fronte a queste dichiarazioni in cui vengono palesemente confermate penose strumentalizzazioni di chi, in questi ventidue mesi di governo, ha svolto contestualmente il ruolo di gestore della cosa pubblica e di contestatario. Tutto questo ha prodotto danni enormi: solo il ritardo accumulato è stimabile, oggi, in 1,2 miliardi di euro; ma non è questo il valore più significante quanto quello relativo al danno che, nell'arco di un solo quinquennio, sarà provocato dalla saturazione dell’attuale asse e dal contestuale contingentamento dei transiti lungo il Corridoio 5.
Per questo motivo ho ritenuto opportuno stigmatizzare quanto riportato nell’articolo del Corriere della Sera perché, fra cinque anni, dopo la non edificante esperienza svolta durante questi due anni di Governo, sicuramente il professor Bianchi e l’onorevole Pecoraro Scanio non avranno più un ruolo all’interno del governo di questo Paese e, quindi, sarà difficile identificare i responsabili di una scelta così grave per la crescita e lo sviluppo del Paese, sarà difficile identificare i responsabili di un così grave danno all’erario.
Spero quindi che le mie denunce, fatte già in più occasioni ed in più sedi, offrano alla Corte dei Conti una valida motivazione per verificare quanto sia stata temeraria ed assurda la decisione del Governo Prodi di distruggere, con un atto a mio avviso, ripeto, illegittimo, l’operato istruttorio ed autorizzativo svolto dal Governo Berlusconi nel rispetto di una Legge del Parlamento: la Legge Obiettivo.
* Ex ministro delle Infrastrutture