L’INTERVENTO

Finalmente, forse, andiamo verso una corretta sfida elettorale. È stato Berlusconi a darne il segnale: «Auspichiamo - ha detto ieri l’altro aprendo la campagna elettorale a Milano - che nasca una sinistra democratica». Si vuole di più da un avversario? Da almeno vent’anni non c’è un derby politico come quello che si prospetta. Chissà, forse assisteremo a un gioco leale. Va dato atto anche al capo dello Stato di aver speso parole chiare a questo proposito.
Qual è il panorama politico che ci sta davanti? Notizie del viminale dicono che sono più di centocinquanta i simboli dei partiti registrati. Ci sono sempre state, è vero, sin dal Medioevo troppe fazioni in Italia, ma mai tanta confusione babelica. Se la politica è l’arte e la scienza per governare, ecco spiegato perché è stato finora quasi impossibile governare questo nostro disgraziato Paese. Non c’è dubbio, il nostro primo problema è la semplificazione la razionalizzazione della politica. Va riconosciuto che Berlusconi e Veltroni ci stanno provando. «O noi o il Pd», ha detto Berlusconi. Meglio non potrebbe cominciare questa campagna elettorale.
Noi che qui scriviamo, è ovvio, siamo collocati volontariamente e convintamente col «Popolo della libertà» come ora si chiama felicemente. Il Partito democratico di Veltroni non ci convince e non ci piace. Non siamo yesman, come i lettori sanno, i nostri «sì» e i nostri «no» sono tutt’altro che segni di compiacenza e conformismo. Sudditi, si fa per dire, da sempre delle nostre ragioni liberali, non abbiamo mai rinunciato alle nostre convinzioni, anche quando rischiavano di apparire eretiche.
Spetta ora a Veltroni dare chiari segnali di fairplay per guadagnarsi il rispetto che da avversari gli portiamo. Cordialmente gli va contestata l’affermazione che il «Popolo della libertà» è frutto di «maquillage». È Berlusconi, certo, che l’ha inventato, ma è il risultato quasi naturale di analisi e ragionamenti che da anni vanno facendo in tanti dopo le delusioni della politica tradizionale. È il tentativo di mettere insieme interessi di moderati e riformisti liberali che sono largamente presenti nella società. Continuare a tenerli divisi sarebbe insensatezza.
Un «cavallo di Troia» frutto di un make up affrettato dopo il fallimento dell’Ulivo appare piuttosto il Partito democratico. Chi ne sono del resto i promotori? Partito nuovo? Ma i segni di vecchiaia sono tanti e difficili da nascondere. No, non lo demonizzeremo il Pd, come fa da tempo la sinistra col centrodestra, come ironizza per esempio un po’ insipientemente l’ex giovanotto ferrarese Franceschini, che ricorre al trentesimo capitolo dei Promossi sposi, quello che descrive il transito dei tanti spezzoni dell’esercito imperiale sul ponte di Lecco: «Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode...» eccetera. Ma no, caro Franceschini, il «Popolo della libertà» non è un esercito fatto di bande. Lo era semmai l’Ulivo, tanto che siete stati costretti a dividervi (speriamo non strumentalmente). Le diverse «gentes» del «Popolo della libertà» hanno in comune una cultura di fondo che a sinistra non c’è mai stata.
Non contesteremo Veltroni d’essere stato comunista. Solo i cretini non cambiano idee. Ma come si fa a presentarsi come l’uomo nuovo della politica italiana? Politicamente egli è di certo più vecchio di Berlusconi. Punto. Non andiamo oltre con la nostra corretta polemica. Si diverta pure, Walter, con il suo americanismo funzionale, con quel suo ineffabile «we can». Noi glielo rispettiamo, come vuole la nostra cultura liberale, pur non condividendo nulla dei suoi propositi. Si misuri, però, sulle idee e sulle cose da fare, invece di glissare indulgendo alla retorica delle parole. Accetti - questa sì, sarebbe civiltà politica, finalmente - di porsi in simmetria dialettica, sia pure dura ma civilissima, col suo avversario Berlusconi, come stanno facendo Obama, Hillary Clinton e McCain nell’America che egli dice di voler imitare. Dia segnali forti in questo senso, mostri questo coraggio se davvero vuol conquistarsi un posto nella nuova storia repubblicana che è necessarissimo riscrivere per dare agli italiani davvero nuove speranze e un sicuro orizzonte finalmente.
Eccolo il fatto nuovo che tutti, destra e sinistra, moderati e riformisti, anche se avversari, dobbiamo contribuire a creare. È la simmetria positiva che la gente comune, quale che sia la parte dove si colloca, sia aspetta dalla politica rinnovata.